Creativi Pigri! È giunta l’ora!

Sono appena tornata dal Festival di Arles e se riesco a smaltire un po’ di sono arretrato magari scrivo anche due righe su quello che ho visto.
Se per caso questo post finisce per essere più delirante del solito, la colpa è della stanchezza e dei pastis.

È da poco finito ufficialmente il secondo GSFP e devo dire che questo secondo esperimento si è rivelato ancora più interessante, soprattutto se paragonato al primo. Con ritmi più serrati (16 settimane invece di 52), l’urgenza di produrre immagini si è sentita molto di più e gli abbandoni sono stati molti meno. È stato strano vedere come di fronte agli stessi brief due gruppi diversi di persone affrontino il problema da un’angolazione completamente diversa, o come la dinamica interna di un gruppo sia parte integrante del risultato finale delle immagini dei singoli.
I fotografi pigri di quest’anno di pigro hanno avuto ben poco e si sono sbattuti come delle maionesi per portare a casa le consegne.

Per darvi un assaggio di quello che è stato fatto, questo è il progetto di Riccardo Adelini, che ha fotografato gli artigiani della zona in cui vive, per mostrare che nonostante la crisi c’è un’Italia che vive e lavora (e viene bene in foto).

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Alle Bonicalzi ha lavorato sull’autoritratto, sul significato dei colori e sul lato materico della pittura, producendo una montagna di foto, scalandola ogni mese, per poi farla a pezzi e ricominciare di nuovo il successivo.

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Roberta Segata  ha lavorato sul corpo, la malattia e il rapporto tra l’ambiente reale e quello interiore in un progetto che non vedo l’ora di vedere stampato

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Marcello Spanò ha scelto di fotografare l’affollamento di Milano, cercando di trovare ordine nel caos.

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Michele Boccia si è aggirato nel territorio attorno a casa sua, scovando dei piccoli angoli in cui il tempo sembra essere sospeso

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e Sara Guarracino ha messo in piedi un piccolo mondo delizioso in cui far convincere fidanzato e amico immaginario

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E poi c’è la singola foto di cui sono più fiera in assoluto (non me ne vogliano gli altri).
Maria Grazia De Fidio è arrivata al GSFP dopo aver cominciato da pochissimo a usare una macchina fotografica. Ha litigato con la tecnologia in modo costante e a volte comico (ad esempio quando scriveva i fatti propri nei thread altrui perchè sbagliava finestra) ma si è sempre data da fare, consegnando ogni settimana una foto che rispondesse all’esercitazione che le lanciavo addosso.
Era convinta di non avere niente di interessante da dire e da dare e per me è stato evidente sin da subito quanto si sbagliasse: Maria Grazia ha saputo dare consigli preziosissimi ai suoi compagni, dimostrando che anche chi non sa ancora destreggiarsi tra tempi e diaframmi può comunque essere utile a chi magari con la fotografia ci lavora già da tempo e il suo punto di vista nel corso delle settimane si è fatto via via più sicuro.
Quando ho chiesto ai fotografi pigri di consegnare un autoritratto non credevo che Maria Grazia avrebbe consegnato: sapevo di quanto fosse a disagio di fronte alla macchina fotografica e di quanto poco si piacesse e sapevo di aver chiesto qualcosa che per lei sarebbe stato doloroso e difficile.
Quando ho aperto il forum e mi sono trovata di fronte questa foto, mi è sinceramente mancato un battito.
Maria Grazia ha fatto quello che le avevo chiesto e non le veniva niente e si è messa a piangere e siccome comunque doveva consegnare una foto, ha continuato a scattare lo stesso.

Non c’è nessun tentativo di essere qualcosa di diverso da se stessa, nessun artifizio, nessun muro. Trovo che tutto di questa foto abbia senso. L’inquadratura così ravvicinata e lo sguardo lontano, gli occhi leggermente fuori fuoco, per non disturbare. È una foto che stamperei enorme, e metterei in una stanza vuota con uno sgabello davanti. Magari voi tra cinque minuti avrete dimenticato questa immagine, ma è quella a cui penso quando sto per fare qualcosa che mi mette ansia. Maria Grazia l’ha fatto e io la trovo bellissima.

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Le iscrizioni del nuovo GSFP erano già aperte e 17 prodi pigri si sono già iscritti per quello che probabilmente sarà l’ultimo giro di questa giostra. Rimangono quindi 53 posti e potete decidere di iscrivervi qui

Ripartirà a settembre anche il GSDP, il Gruppo di supporto Disegnatori Pigri, che sarà probabilmente diviso in tecniche secche e tecniche pittoriche. In 16 settimane io sto finalmente cominciando a non andare nel panico di fronte al foglio bianco. Se siete curiosi, questi sono un paio degli ultimi disegni:

 

Non sono diventata Leonardo in 4 mesi, ma ho imparato a guardare meglio la luce e credo che mi sarà utile con le foto.

La novità vera, invece, è che per completare l’offerta per creativi pigri aprirà anche il GSSP, il Gruppo di Supporto Scrittori Pigri. Sarà gestito da Barbara Fiorio, con l’aiuto di Christian Delorenzo, redattore e editor per case editrici come Rizzoli e Einaudi.
Il target ovvio per un corso come questo è quello delle persone con un libro nel cassetto, ma io lo consiglierei anche a chi ha un blog, a chi per lavoro deve scrivere mail e comunicati stampa, a chi si trova a litigare su un forum e sente la frustrazione di non avere una padronanza della parola scritta. Su Barbara posso mettere più di una mano sul fuoco, persino la mia.

Io sto con la sposa

Ci sono progetti in cui si incappa quasi per sbaglio e che continuano a girare nel retrobottega della testa perché hanno qualcosa che va al di là di un concept o dell’esecuzione.
Quando Barbara Fiorio mi ha parlato di Io Sto Con La Sposa qualche settimana fa me ne sono innamorata prima ancora di vedere una singola immagine perché è un progetto importante senza essere pretenzioso, poetico senza essere patetico e infinitamente umano.

L’idea è tanto semplice quanto completamente assurda: come possono 5 profughi Siriani e Palestinesi sbarcati a Lampedusa arrivare fino in Svezia, unico paese in cui possono avere asilo politico, se non hanno i documenti necessari per attraversare le frontiere?

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foto di Marco Garofalo

Gabriele Del Grande, giornalista italiano, Khaled Soliman al Nassiry, poeta palestinese siriano, e Antonio Augugliaro, regista televisivo hanno un’idea: raccogliere un gruppo di amici italiani e non, travestire tutti -profughi compresi- da corteo di nozze e partire per un viaggio di tremila chilometri attraverso l’Europa nella speranza di poter dare a questi estranei un futuro migliore. E nel frattempo girare un docufilm.

Il progetto è costato 150mila euro e c’è una campagna aperta su Indiegogo per raccoglierne almeno la metà in modo da poter finire il docufilm e iscriverlo al Festival di Venezia e distribuirlo nei cinema in autunno.
Ho contattato Antonio Augugliaro, il regista, per fare due chiacchiere e soddisfare alcune mie curiosità più tecniche: come ci si prepara e come si affronta un progetto del genere?
Ho scoperto così che l’intera preparazione è durata 2 settimane. Questo il tempo passato dal primo incontro con i profughi, alla gestazione dell’idea folle, alla partenza. Pensate a quanto tempo vi ci vorrebbe a convincere i vostri, di amici, a partecipare a una cosa del genere, col rischio di essere incarcerati come trafficanti di esseri umani.

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foto di Marco Garofalo

É stata creata una bozza di sceneggiatura di massima: si sapeva chi ci sarebbe stato, si sapevano i posti che sarebbero stati attraversati ed era importante partire con una lista di situazioni da portare a casa, che mettessero in luce tutti i personaggi senza lasciare dei buchi.

Se ci pensate non è così diverso da avere una lista di scatti “obbligatori” da portare a casa il giorno di un matrimonio (vero).
Attorno a queste scene ne sono poi state girate molte altre, improvvisando e adattandosi a quello che sarebbe successo di volta in volta.
Il tutto è stato girato a 3 operatori video, armati di Canon C300 (scelta per la qualità del girato -in HD- e perché avrebbe permesso di lavorare bene con la color correction) e un fonico armato di boom (ogni videocamera era attrezzata con un mezzo fucile e in alcune scene sono stati usati dei radio microfoni, ma ogni volta che ho dovuto registrare il sonoro di un filmato è stato un incubo. In una stanza. Con tutta la tranquillità del mondo. Tommaso Barbaro ha tutto il mio rispetto).

La base operativa era un furgone attrezzato con tutti i caricatori per l’attrezzatura, 2 computer, 3 hard disk da 2 tera (+ la copia di backup di ogni hard disk). Durante gli spostamenti in autostrada tutte le schede venivano scaricate e backuppate dai prodi assistenti, che a Copenhagen si sono trovati a dover fare la notte in bianco, perché non avevano potuto sfruttare il viaggio.

La luce usata per le riprese è quella ambiente, ed è qui che si è rivelata importante la scelta delle macchine da presa adatte: nella frontiera tra Francia e Germania è stata girata una scena, ribattezzata “scena losca” nell’oscurità più totale, fatta eccezione per un lampione in controluce. Con mezzi diversi sarebbe stata inutilizzabile, invece grazie alla sensibilità del sensore, che arriva a 20.000 ISO, alla gamma dinamica e ai 3 segnali RGB ognuno a risoluzione nativa 1920×1080 senza necessità di demosaicizzazione, la scena non è solo “utilizzabile”, ma valida.

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foto di Marco Garofalo

Il momento più difficile è stato probabilmente la scalata del Passo della Morte, il sentiero a Ventimiglia usato dai migranti per passare dall’Italia alla Francia. Durante la scalata è stato perso uno spallaccio ammortizzato e Daniel (che vedete in foto mentre porta in spalla la sposa) è dovuto tornare indietro di sera, in mezzo al bosco, per ritrovarlo.

Tutte le persone che hanno partecipato al progetto lo hanno fatto a credito, senza nessuna garanzia di essere pagati se non la parola degli autori, il loro, “non sappiamo quando, ma vi paghiamo”.
Antonio mi ha chiesto più volte di ricordarmi di citare i cameramen: Gianni Bonardi, Marco Artusi e Valentina Bonifacio, il fotografo di scena Marco Garofalo e il fonico Tommaso Barbaro. Ho cercato di ricordarmi l’ultima volta che ho intervistato qualcuno con un ego così inesistente e una tale attenzione ai propri collaboratori, ma onestamente non mi viene in mente un esempio.

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foto di Marco Garofalo

É anche per questo che è importante continuare a donare alla campagna di Indiegogo, anche se i 75mila euro sono già stati raggiunti: è un progetto reso possibile da persone che non solo si sono messe personalmente in una situazione potenzialmente pericolosa per poter aiutare dei perfetti estranei, ma lo hanno fatto senza giocarsi la carta del “lavora gratis perché stiamo facendo del bene”. É stato messo in piedi da gente che sa quanto vale il lavoro ed è disposta a pagare questo valore, e pre-acquistando un dvd o un libro potete aiutare a velocizzare il processo. É buon karma e la prossima volta che qualcuno cerca di farvi lavorare gratis potete linkare a questa pagina.

Il montaggio è concluso. Adesso stanno lavorando alla color correction e al sound design e poi mancano solo le finalizzazioni. E se volete vedere il film col vostro nome nei titoli di coda, andate qui

Immagina- nel mondo

Quando il progetto Immagina è partito non sapevo davvero cosa aspettarmi. Aveva funzionato per me, ma sarebbe stato adattabile anche a realtà diverse, a persone diverse?
Nel corso di questo mesi ho ricevuto un sacco di mail, alcune con domande (soprattutto riguardo al come presentare il progetto o quanto farsi pagare, entrambe cose che non posso purtroppo definire in modo univoco, perché ogni scuola/progetto/comune/fotografo è una storia a sè), alcune di persone che mi facevano sapere che avevano fatto partire il progetto. Queste sono le mail he preferisco, soprattutto quando arrivano alla fine del percorso didattico, perché in tutte riconosco la stessa nota di entusiasmo nei confronti dei ragazzi, la stessa soddisfazione per aver condiviso la propria passione con qualcuno che può farcela vedere sotto una luce nuova.
Di molte di queste esperienze non posso parlare, perché spesso non sono pensate per essere messe su Internet.

L’altro giorno però mi è arrivata questa mail da Luciano Perbellini, che non conoscevo, e con il suo permesso la condivido.
La mail da sola mi ha fatto sorridere, ma quando ho guardato le foto mi si è slogata la mandibola.
La sola idea di essere stata in qualche modo parte di questo processo mi fa esplodere il cervello di gratitudine.

Ciao Sara, perdonami se ti do del tu.

Mi ero promesso di scriverti ancora qualche tempo fa, ma poi onestamente il rientro in Italia mi ha incasinato un po’ la vita e in questi giorni che mi trovo a Bassano, per lavoro, mi sei tornata alla mente, quindi ne aprofitto.

Sono un collega e non ti voglio rubare troppo tempo, anzi, ma ti volevo solo ringraziare della bellissima guida ai corsi di fotografia ai più piccoli “Immagina Me” che ho comperato attraverso Tau visual.

L’ho adoperata in Sud Africa dove mi trovo x 6 mesi l’anno e dove porto avanti vari progetti fotografici. Uno di questi, non proprio fotografico ma culturale, è fare i corsi di fotografia dentro le Township. 

Nell’ultima occasione ho usato i tuoi preziosi suggerimenti e i pdf con le immagini, che chiaramente ho stampato, perché il proiettore non era uno strumento contemplabile :-).

Basta, tutto qui, pensavo che avere un feedback su una tua iniziativa che ha seminato tanto lontano e con risultati eccellenti, potesse essere per te cosa gradita.

Se ti fa curiosità vedere i risultati, questo è il link della pagina fb dello studio, dove abbiamo pubblicato il loro lavoro finale: 
considera che NON avevano MAI preso in mano una macchina fotografica!!

Complimenti per i tuoi lavori e il modo con cui porti avanti la professione.

Grazie ancora
Luciano Perbellini

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e un dietro le quinte, sempre preso dalla pagina facebook dell’Atelier Bottega di Fotografia. A giudicare dai pezzi di collage che vedo, i bambini di tutto il mondo sono davvero uguali…

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Se anche voi avete deciso di mettere in pratica la vostra versione di Immagina, fatemelo sapere! E se volete farlo, lo trovate qui

Polimi Women Summit

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Lunedì 19 maggio sarò al Politecnico di Milano a fare da mentore alle alunne in procinto di laurearsi in occasione del primo Women Summit
Sono sempre stata restia a partecipare a qualsiasi iniziativa “per le donne”, perché una parte di me ha sempre avuto da ridire sul fatto che sia davvero necessario fare questo tipo di distinzioni.
Dal mio punto di vista, non sono una donna fotografa, sono una fotografa che incidentalmente possiede una vagina.

Arrivata alla veneranda età di 35 anni, però, devo ammettere guardando indietro che nell’Italia del 2014 far finta che non sia necessario parlare di pari opportunità e del ruolo della donna del lavoro è appena appena naif.
Sono state diverse le volte in cui mi sono presentata a una riunione con Alessandro a farmi da assistente, e il dirigente di turno ha cominciato a spiegare le cose a lui dando per scontato che io fossi la segretaria. La scelta di avere una famiglia per un fotografo maschio1 si limita quasi sempre a cercare di tornare a casa prima la sera, per una fotografa significa decidere di smettere completamente di lavorare per un tempo X e poi a dover ripensare completamente la propria carriera o a ripensare la propria idea di famiglia.

Non so sinceramente dire se mi siano state tolte opportunità perché sono una donna, perché ho sempre deciso di non prenderlo in considerazione: posso lavorare di più, più veloce e meglio di un sacco di altre persone, a prescindere dai loro genitali (e meno, più lentamente e peggio di un sacco di altre, a essere onesti), però ci sono sicuramente un paio di cose che ho notato nel corso degli anni e se dovessi dare un paio consigli alle ragazze che si stanno affacciando adesso nel mondo del lavoro sarebbero:

1. Avete una voce, usatela. Ci sono tantissime, troppe donne che parlano e si muovono come se si aspettassero sempre di essere zittite. Il risultato è che anche quando state dicendo qualcosa di estremamente sensato, chi vi parla rimane con l’impressione che non fosse niente di importante. Siete una di quelle persone che sembrano concludere ogni frase con un punto di domanda? Non fatelo, non aiuta.

2. Ricordate che il vostro lavoro e la vostra identità di essere umano non sono la stessa cosa. Potete fare una cazzata e essere delle persone valide e se qualcuno vi sta facendo notare un errore, non sta giudicando voi come persona2.

3. Non è vero che dovete per forza accettare le regole scritte da altri, se ritenete che non abbiano senso.  A volte essere l’unica (o una delle poche) donne in un ambiente che è sempre stato prevalentemente maschile significa scontrarsi in continuazione con una serie di regole non scritte che sono nate perché le dinamiche tra persone erano diverse prima che arrivaste voi. Se improvvisamente il vostro ufficio assume una persona che parla una lingua diversa, non vi verrà sempre automatico parlare in inglese con i vostri colleghi quando c’è quella persona e non lo state facendo perché la odiate personalmente: è una questione di abitudine o di una vostra capacità limitata di parlare l’inglese. Le abitudini, grazie al cielo, si possono cambiare e questo richiede un po’ di pazienza da parte del collega straniero e un po’ di disponibilità da parte dei colleghi. E magari di un corso di inglese per chi fa fatica ad adattarsi. Cercate soluzioni invece di limitarvi a sollevare i problemi, ma quando i problemi ci sono, sollevateli.

4. Non dovete rinunciare a essere femminili per fare carriera, ma non potete nemmeno far finta che gli abiti non facciano i monaci. Siate il tipo di professionista che volete diventare: se volete diventare il capo cantiere del secolo, la french manicure e il tacco 10 mandano un messaggio che contraddice quello che dite di voler fare. Se volete diventare il direttore di una banca, radervi metà testa e farvi tatuare un teschio che piange sangue sulla fronte non è un’espressione di libertà personale, secondo me, è comunicare la vostra decisione che per voi è più importante il vostro aspetto rispetto alla capacità di mettere a proprio agio i clienti.

5. Le altre donne non sono le vostre concorrenti: se vogliamo ragionare in quel modo, tutti i vostri colleghi -in ambito lavorativo- lo sono. Spesso si pensa che i posti per le donne siano limitati e che che Tizia avanza, toglie possibilità a me di arrivare al suo posto. Per cui mentre siamo impegnate a metterci i bastoni tra le ruote, Caio, Sempronio e Gigi si prendono senza far fatica posti che avrebbero potuto essere occupati da voi. Aiutate chi comincia, trovate aiuto da chi è più avanti. non dovete per forza fare sempre tutto da sole.

6. Diventate brave in quello che fate. Non accontentatevi di fare quello che vi viene chiesto. Questo vale per maschi e femmine, ovviamente, ma se c’è una cosa che aiuta le persone a superare differenze di sesso, età, razza e religione è l’eccellenza.

Ci vediamo al Poli!

(nota a margine. Mi fa sorridere che mi abbiano indicato come designer e fotografa, probabilmente nella speranza di mandare il messaggio che l’indirizzo di laurea formi il futuro. Per certi versi è vero, non mi sono pentita un secondo del mio indirizzo di studi e sarei una fotografa diversa se non avessi in mente processi produttivi, lezioni di economia e di scienze dei materiali… però non sono una designer)

  • 1. Caro fotografo maschio che stai leggendo, non sto dicendo che il fotografo maschio è un animale che abbandona i propri cuccioli, non sto dicendo che non sei un bravo genitore e non sto dicendo che non fai niente per aiutare la tua compagna o che non ci sia una responsabilità diversa nel lavorare quando si hanno dei figli. Sto solo dicendo che non devi espellere un essere umano dai tuoi genitali e non devi cambiare i tuoi ritmi lavorativi nei 9 mesi di gravidanza e nei mesi successivi al parto, se non vuoi farlo. Anzi, puoi anche lavorare più ore, se serve. Ma non mi è mai MAI capitato di sentire una persona dire "ma riuscirà a lavorare con la stessa qualità adesso che è diventato padre?" e questa è invece una domanda che ho sentito fare in continuazione quando una professionista decide di diventare madre.
  • 2. Questo è valido anche per alcuni maschietti particolarmente sensibili alle critiche, ma in generale non mi è capitato di conoscere uomini che a distanza di 6 mesi hanno ancora le palle girate per quello che un collega ha detto una volta durante una riunione "ma sicuramente voleva dire quest'altra cosa".

Aggiornamenti vari

Negli ultimi tempi mi sto chiedendo spesso cosa fare di questo blog.
Avrete notato che è un po’ lasciato a se stesso, ed è vero che in parte dipende dal fatto che sto lavorando in un modo che non ha senso, ma non credo sia solo questo. In fondo di periodi in cui avevo un sacco di tempo libero non ne ricordo molti, dopo le superiori.

Non è perché io non abbia cose con cui aggiornare: ho tutto il materiale di Dubai di cui dovrei fare qualcosa, devo sicuramente scrivere un post sul workshop che si è tenuto a Cagliari (intanto potete vedere un breve riassunto video qui), ho una serie di libri appena letti che varrebbe la pena di consigliare (su tutti, questo, assolutamente. E questo), documentari da recensire, attrezzatura che ho provato e di cui avrebbe senso parlare.
I nuovi fotografi pigri stanno arrivando alla fine delle loro 16 settimane e questo secondo giro è stato infinitamente interessante e incredibilmente diverso dal primo. a questo punto sono curiosissima di vedere cosa succederà a settembre, con l’ultimo gruppo, prima di chiudere definitivamente l’esperimento.
Ho ricominciato a scattare in analogico e mi sto costruendo una camera oscura.

Ci sono una serie di argomenti di cui sto discutendo via mail e di persona con diversi amici che sarebbero ottimi spunti per dei post (ad esempio la rappresentazione della donna in fotografia e il ruolo della donna dietro l’obiettivo, oppure il limite della manipolazione del fotografo per ottenere la foto che cerca, oppure i miei esperimenti con lo standing desk, ecc ecc)
Eppure ogni volta che apro la pagina di backoffice poi la richiudo.

Quando ho aperto il blog su wordpress l’ho fatto perché livejournal stava diventando un disastro con lo spam e comunque un sacco di gente si era trasferita su facebook. Quando ho cominciato i ghetto tutorial l’ho fatto perché non c’era niente del genere e mi stava sulle palle il fatto che nessuno condividesse niente, in italiano. Era un modo di connettermi con altre persone come me che magari  stavano cercando di capire come funzionasse questa cosa della fotografia.

Nel 2014 Internet è pieno di tutorial fantastici su qualsiasi cosa, e siamo sempre connessi con chiunque, anche quando non vogliamo.
Negli ultimi anni sono cambiate tantissime cose nel modo in cui le persone comunicano e scambiano informazioni e non so se il blog nel senso tradizionale del termine sia ancora uno strumento sensato. O meglio, non so ancora in che direzione portare questo coso che occupa troppo spazio nel database: ne faccio semplicemente una bacheca di annunci e aggiornamenti su quello che faccio o devo fare? Lo faccio diventare uno dei tanti lavori da fare e faccio i miei bravi X post alla settimana per poi arrivare al punto in cui diventa di nuovo un’abitudine? Lo lascio perdere e dedico la mia attenzione al blog in inglese, cosa che probabilmente sarebbe infinitamente più sensata visto che il 90% delle persone con cui interagisco su Internet non parla inglese?

E se vi sembra che stia esagerando coi discorsi sul mondo che cambia in modi che non sono sicura di capire, *mia zia* mi ha preso per il culo perché non uso whatsapp. Sono una persona adulta con un lavoro, zioccane. Io mando gli sms.