Dedpxl07: C’è una Hasselblad in palio

Quando sono stata ospite di Zack Arias ad Atlanta per i workshop che ho insegnato lì, abbiamo passato un sacco di tempo a parlare e scambiarci idee.
Zack è uno dei fotografi con cui mi trovo più in sintonia, specialmente per quanto riguarda l’insegnamento della fotografia e l’uso di Internet per lo scambio di informazioni. Quello che lui sta facendo con Dedpxl è la versione figa e su scala mondiale di quello che io da un paio d’anni faccio con il GSFP, dove lui sta sperimentando su qualcosa di pubblico e per forza di cose un po’ più impersonale e io su qualcosa di protetto ma più intimo.

Gli ho raccontato del tipo di esercitazioni che assegno ai poveri esperimenti umani che tengo in ostaggio ed è rimasto particolarmente colpito da quella in cui do ai fotografi una serie di elementi molto specifici che devono inserire nel fotogramma e da come in realtà dall’esercitazione con più limiti imposti spesso nascano le immagini più interessanti.
I vecchi fotografi pigri ricorderanno la settimana di terrore a spostare cadaveri, i nuovi fotografi pigri non ci sono ancora arrivati, per cui non entrerò troppo nel dettaglio.

Ad ogni modo, l’ultima esercitazione di Dedpxl si basa esattamente su questa struttura e per rendere le cose più interessanti, Zack ha deciso di mettere in palio un premio enorme: una Hasselblad 500cm, una lente Zeiss T* 80mm, Un dorso digitale da 22 megapixel Leaf Aptus 2, accessori, e Capture One v. 8.0.
Sono 6000 dollari di attrezzatura nelle mani di una persona sola.

Le 10 migliori foto verranno scelte d’ufficio da Zack e Meghan, il popolo voterà e le 3 che riceveranno più voti verranno passate a me, che sceglierò il vincitore. Scherzi del destino: io non posso permettermi una macchina del genere, ma potrò fare in modo che qualcun altro ce l’abbia.
É una responsabilità enorme e dopo averci pensato un sacco ho deciso di ignorare completamente il fattore umano nella mia scelta: se la foto che riterrò migliore verrà scattata da una persona che scippa le vecchiette e dorme su un letto di soldi, ingoierò il mio rospo e gli farò avere la sua macchina fotografica.

Se volete cimentarvi (e perché no? Se anche non vincerete, magari avrete comunque una foto decente da mettere in tasca) andate a leggere i dettagli qui

La Borsa di Studio da Fotografo Pigro

Settembre, per me, è il primo mese dell’anno1.
Quello da cui si ricomincia, quello da cui partono progetti che magari prenderanno forma solo dopo qualche mese, quello che segna la fine del cazzeggio estivo (estate? Quale estate?) e l’inizio del farsi il culo autunnale.
Mancano solo due settimane all’inizio del terzo e ultimo Gruppo di Supporto Fotografi Pigri  ma già il 7 settembre aprirò le porte del forum alle povere anime che hanno deciso di imbarcarsi con me in questa specie di tortura collettiva.

Settembre è anche il momento di annunciare il vincitore della borsa di studio. Che alla fine sono due.
Tra tutte le mail che mi sono arrivate, ce ne sono state diverse che mi hanno colpito (e alcune che mi hanno fatto venire voglia di sbattere la testa sul tavolo fortissimo), ma continuavo a tornare sulle stesse due persone per motivi diversi e alla fine, visto che la baracca è mia, ho deciso che non aveva poi troppo senso continuare a scervellarmi per decidere.

In ordine alfabetico:

Matteo Cefaloni
Matteo è di Roma, ha 22 anni e studia ingegneria.
La sua presentazione è stata sintetica ma non asettica e quello che ha attirato la mia attenzione è stato l’istinto per il colore e la composizione di alcune sue foto. Altre sono foto nel suo stream sono evidentemente esercizi di grammatica, per così dire, ma secondo me si intuisce già una direzione, cosa che avviene raramente, soprattutto tra chi ha iniziato da poco.
Sono curiosa di vedere cosa sceglierà Matteo per il suo progetto personale e soprattutto se riuscirà a portarlo a termine, visto che ha dichiarato di avere bisogno di una spinta per finire quello che comincia.

matteo

Michela Curti
Michela, a differenza di Matteo, ha speso molte più parole per spiegarsi e il tempo speso nella presentazione è stato evidente, e l’ho apprezzato moltissimo. Studentessa di Belle Arti a Torino, trovo che il linguaggio visivo di Michela sia ancora in costruzione, al momento in diverse direzioni, ma che ci sia qualcosa di intrigante in lei.
A 21 anni io mi mettevo le dita nel naso mentre guardavo Ranma 1/2 in TV, lei sembra determinata a fare della fotografia la propria vita e sono curiosa di vedere la sua evoluzione nel corso delle 16 settimane.

michela

Se volete seguire i progressi di Matteo e Michela, ma soprattutto se volete farne di vostri, unitevi a noi!! 

  • 1. Dal mio punto di vista è perfettamente logico che lo sia. Io sono nata a settembre, per cui trovo giusto calcolare gli anni dell'universo partendo dai miei. In fondo -se lo guardate da dove lo guardo io- niente è esistito prima che io nascessi e tutto cesserà di esistere quando stirerò le zampe. E voi siete i miei amici immaginari. Ho una pessima immaginazione.

Distanza reale e distanza fotografica

couple1 couple2

Un post sporco e veloce per parlare di una cosa che da un lato è ovvia, dall’altro è difficile da capire da soli, soprattutto all’inizio.

La fotografia di persone è spesso una questione di trovare la giusta distanza. Un sacco di gente cerca di capire quale sia la focale migliore per il ritratto e si sente dire “50″ o “85″ come se fossero dati oggettivi e incontestabili, spesso vedo aggiungere un “1.4″ o “1.8″ alla fine, come se, in assenza di sfondo sfocato, la polizia fotografica dovesse venire a sequestrarvi la MarkIII e picchiarvi con un monopiede.

Certo: le focali corte deformano e le focali lunghe appiattiscono. Ma cosa vuol dire in pratica?
Per prima cosa vuol dire che se avete un pezzetto di sfondo molto piccolo e volete riempire il fotogramma dietro il soggetto, vi serve una focale un po’ più lunga.

focali1
In queste due foto Ale è fermo nello stesso punto, nella prima io sono più lontana e nella seconda io mi sono avvicinata (in modo da riempire il fotogramma con la stessa quantità di marito). Non potevo mettere Ale attaccato al muro rosa perché si trovava in pieno sole (vedete la striscia chiara sul pavimento) e avrebbe avuto ombre strane sul viso.
Cambiare focale vi permette di avvicinare e allontanare lo sfondo, come se aveste i puteri maggici.

Non solo: notate anche come l’Ale di destra sia un po’ più sminchiato e con la testa a uovo dell’Ale di sinistra. È un trucco noto, per cui se avete una modella non troppo alta e non filiforme e la fotografate un po’ dal basso e con un 24 o un 35, sarà magicamente più alta e magra. Così come fotografare una donna dall’alto con un tele la rende un pancake.
Non trasformate le donne in pancake.

La differenza si vede anche nei primi piani: una persona con un viso tondotto e gli occhi piccoli potrebbe necessitare di una focale un po’ più corta di una persona -tipo me- che ha una faccia tutta spigoli e naso. Io non voglio bene al grandangolo.

focali2

Per cui le focali cambiano le distanze del soggetto dallo sfondo, le distanze relative degli elementi presenti nella foto, ma cambiano anche ovviamente le distanze tra fotografo e soggetto.
Se state cercando di creare un ritratto intimo mentre gridate istruzioni da 20 metri di distanza perché state usando un cannone, il problema non è la luce, non è la modella, non è l’attrezzatura, è la distanza.
Se una persona è a disagio e vi piantate a 20 cm dal suo naso con un grandangolo spinto e non si rilassa, non importa se avete messo musica, incenso e state usando la vostra miglior voce suadente: toglietevi dai piedi.
E se credete che usare il grandangolo per i ritratti sia assolutamente da evitare, sappiate che Platon ci ha costruito un’intera carriera. Lui era in Russia a fotografare Snowden per wired: cosa stavate facendo voi quest’estate?

E poi c’è un altro tipo di distanza, che è quello di cui volevo parlare prima di perdermi in mezzo alle lenti.
Quando ci sono più soggetti nel fotogramma, la maggior parte delle volte la distanza tra loro è troppa, anche quando nella realtà a loro sembra di aver invaso pesantemente lo spazio personale dell’altra persona (o delle altre persone).
La differenza la dovreste vedere bene nelle due foto in apertura:

Kate e Gigi sono state le mie due modelle per il workshop di Atlanta, non si sono mai viste prima e uno degli studenti mi aveva chiesto di spiegare il mio approccio quando devo fotografare una coppia (che siano sorelle, fidanzati, amanti, amici o che altro).
Nella prima foto sono incredibilmente vicine: Gigi sta sfiorando il corpo di Kate con la spalla e l’unica giustificazione per loro per stare così vicine sarebbe una metropolitana affollata. Eppure la foto comunica distanza.
Non c’è nessun contatto, nessuna intimità, niente che comunichi una vicinanza emotiva prima che fisica.
Forzando le teste così vicine e il contatto fisico, non soltanto la composizione risulta meno noiosa, ma soprattutto si crea l’illusione di un rapporto tra i soggetti molto più personale e intimo: potrebbero essere sorelle o migliori amiche.

Ci ho messo un sacco di tempo prima di capire che sta a me in quanto fotografo decidere le distanze: all’inizio la mia priorità era quella di disturbare il meno possibile, di non mettere a disagio nessuno, di mantenere le distanze.
Sono d’accordo con Capa, quando dice che “Se le vostre foto non sono abbastanza buone, non siete abbastanza vicino”, ma mentre lui si riferiva alla distanza fisica tra fotografo e soggetto, io sono convinta che una componente altrettanto importante sia la distanza umana.

Poi ovviamente disinfettatevi le mani e scappate pure a raggomitolarvi a casa, che gli esseri umani sono pieni di germi e fanno paura.

Il post delle borse di studio

Ultimamente sono un po’ monotematica da queste parti, me ne rendo conto. Principalmente  perché sto gestendo tutta la logistica per i workshop negli Stati Uniti  e i servizi fotografici di settembre e la mia vita è quella di qualcuno che siede un numero insensato di ore davanti a un monitor con la stessa ansia di chi sta cercando di coordinare diversi battaglioni di soldati che corrono in tondo sbattendo gli uni contro gli altri e sparandosi sui piedi. Prometto che ho un post interessante su questo argomento in preparazione: abbiate fiducia.

Però dipende anche dal fatto che i Creativi Pigri sono una cosa a cui tengo davvero molto: continuo a credere nelle possibilità didattiche di Internet, mischiato con un buon formato e una banda di masochisti.

Per rendere le cose più interessanti, abbiamo deciso di offrire delle borse di studio per tutti e tre i corsi. Le modalità sono diverse, ma la scadenza è la stessa: avete il mese di agosto per partecipare e a inizio settembre annunceremo i vincitori.

Se volete partecipare al Gruppo di Supporto Scrittori Pigri, dovrete scrivere un breve racconto di max 2000 caratteri (spazi inclusi).
Verranno messe in palio due iscrizioni gratuite.
Una sarà assegnata dal giudizio popolare, ossia dal numero di “Mi piace” che ogni testo avrà ottenuto (direttamente sulla nota dove viene pubblicato): vincerà quello che avrà il maggior consenso del pubblico.
Una sarà assegnata da una giuria professionale, formata da scrittori e editor, che sceglierà, a suo insindacabile giudizio, il testo a suo parere più interessante dal punto di vista narrativo.
Trovate il testo del regolamento direttamente nella pagina di facebook del GSSP

Se puntate alla borsa di studio per il Gruppo di Supporto Disegnatori Pigri, quello che dovete fare è:
1- Mettere mi piace sulla pagina dei Disegnatori Pigri.
2- Inserire nei commenti al post del concorso un tuo disegno e una breve motivazione per cui vuoi partecipare al corso. Non fatevi fregare dal “ma tanto io non so disegnare”: posso assicurarvi che la qualità tecnica del disegno e la motivazione contano allo stesso modo
3- Condividi il post sulla tua bacheca di facebook.

Per il Gruppo di Supporto Fotografi Pigri, la situazione è un po’ diversa: possono partecipare alla selezione per la borsa di studio gli studenti sotto i 26 anni (verrà richiesta copia del libretto universitario o scolastico).
Mandate una mail a info@saralando.com con oggetto “Borsa di Studio GSFP”, una presentazione su chi siete, una descrizione del motivo per cui volete partecipare al GSFP e un link alle vostre foto: flickr, 500 px, un sito internet, va bene qualsiasi cosa.
Se non avete un account da nessuna parte, fatevene uno: è gratuito e non ci vuole granché.
NON mandate foto allegate alla mail: verrete automaticamente squalificati.

Buona fortuna e che la Musa dei Creativi Pigri sia con voi!

Barbara Fiorio, scrittrice pigra

140620_barbarafiorio14

Barbara Fiorio è passata per Bassano giusto il tempo di farsi fare una scarrettata di foto sceme e consegnare delle bolle di sapone di Spiderman (non chiedete, accettate. Tra noi funziona così da un pezzo e abbiamo scoperto che funziona) e abbiamo passato un sacco di tempo a parlare degli scrittori pigri , delle possibilità, degli esercizi, del modo in cui le immagini e le parole si mescolano. Tutti i miei fotografi pigri ormai sanno quanto io insista sull’importanza di imparare a parlare delle proprie foto e a trovare le parole giuste per commentare quelle degli altri, e quanto io insista sul fatto che la fotografia alla fine della fiera sia soprattutto un linguaggio.
Siccome non avevo un registratore e le sue parole continuavano a ronzarmi in testa, quando è tornata a casa le ho mandato una mail con una serie di domande: qui di seguito potete trovare le sue risposte.

1. Impariamo a leggere e scrivere prestissimo e passiamo anni a studiare letteratura, che lo vogliamo o meno. Ha senso decidere volontariamente di infilarsi di nuovo in un laboratorio di scrittura da adulti?

Saper comporre un testo e studiare letteratura non significa imparare a scrivere. Significa imparare a esprimersi in forma scritta per le cose di tutti i giorni, e tutt’al più ricordarsi che Pirandello è nato ad Agrigento.

Non fraintendermi, studiare letteratura è fondamentale, ma diventare autori è un’altra questione. Diventare autori di un testo che funziona, che può meritare la pubblicazione, intendo. Se c’è chi ama scrivere, perché nella scrittura si sente a proprio agio, o perché desidera raccontare qualcosa, o perché deve farlo per lavoro, o perché ha la curiosità di capire come funzionano certi meccanismi, ecco, un laboratorio di scrittura può essere una buona occasione.
Cosa distingue un buon testo da uno mediocre? Perché molti pensano di saper scrivere ma poi nessun editor resta impressionato dalle loro opere e non grida al capolavoro rendendo il loro inedito il best seller dell’anno? Forse perché quello che hanno scritto non è un granché. O forse perché poteva esserlo ma non avevano le tecniche e il loro stile è ancora acerbo o ingenuo. Come capirlo? Come rafforzare la propria scrittura? Con la consapevolezza, secondo me. La consapevolezza di certi meccanismi stilistici, il confronto con altri lettori attenti e critici, l’esercizio costante.
Un laboratorio può offrire questo.

2. Rem Tene, Verba Sequentur. L’hai scelto come motto per gli Scrittori Pigri, perché?
Perché è una sfida e apre un dibattito. Concentrati sul concetto, le parole seguiranno.
Nel contesto della scrittura, lo possiamo leggere in modi diversi.
Scrivi di ciò che conosci, per esempio, che è una delle prime regole per gli esordienti, ossia parla di ciò che sai, non avventurarti in argomenti di cui non hai dimestichezza. Sennò rischi di far brutta figura o di scrivere una relazione tecnica per dimostrare che ti sei impegnato per imparare tutto, ma non per trasmettere emozioni.
Oppure può anche significare Stai sul pezzo, concentrati sulla storia, le parole arriveranno. Che è vero, succede, se hai una buona padronanza narrativa. A volte, tuttavia, per quanto tu abbia le idee chiare sui personaggi e sugli eventi da raccontare, mentre scrivi accade qualcosa e la direzione cambia. In quei casi, meglio seguirla.
Infine, e qui si apre il dibattito più interessante, possiamo tradurla così: Dai maggiore importanza al contenuto piuttosto che alla forma. Concentrati su cosa devi dire, il modo in cui lo dirai è meno importante. Niente alambicchi di retorica, niente ricerca del linguaggio, conta il succo del discorso. È così?
Meglio un libro con una bella storia e bei personaggi ma scritto mediocremente, o un libro che non vi coinvolge nel racconto ma vi incanta per lo stile?

3. Cosa può imparare una persona che aspira a scrivere un romanzo fantascientifico da una persona che magari si iscrive perché vuole imparare a migliorare le sue doti di blogger (e viceversa)?

Può imparare a rivolgersi a lettori differenti. Chi ama scrivere è, deve essere, prima di tutto un grande lettore. Preferibilmente onnivoro. Niente pregiudizi sui generi, non sai mai come si sono divertite le migliori penne della storia. Perrault faceva parte dell’Académie Française, scriveva saggi letterari di un certo spessore, poi, un giorno, ha deciso di raccogliere quella che era la tradizione orale del popolo, le fiabe. Ha pubblicato I Racconti di Mamma Oca ed è passato alla storia.
Quando io scrivo qualcosa, la faccio sempre leggere a due o tre persone di cui mi fido. Persone che hanno una forte sensibilità nella lettura e nella scrittura, persone che non hanno alcun grado di parentela con me, persone che, se devono muovermi una critica, mi aspetto lo facciano senza porsi scrupoli. Questo confronto mi aiuta a capire come intervenire sui miei testi, se funzionano, dove mi sto dirigendo. Un laboratorio di scrittura offre una giuria di lettori dotati di spirito critico e sensibilità letteraria. Non è detto che abbiano ragione, ma se puntano il dito su qualcosa, è bene ragionarci su, prima di andare avanti con la propria storia.

4. Nel 2014 è ancora vero che un’immagine vale più di mille parole?
(sto pensando ai 140 caratteri di twitter, al flusso enorme di immagini, ma anche al modo in cui comunque le parole possono valorizzare le immagini, ad esempio nelle didascalie delle foto di reportage)

Nel 2014 siamo tutti in overdose da parole e da immagini. Consumiamo velocemente input premasticati, la nostra memoria nemmeno perde tempo ad archiviare qualcosa e tutto ci scorre addosso, in superficie, lasciandoci l’illusoria sensazione di essere aggiornati e vigili. Siamo sempre meno abituati ad approfondire, siamo nell’era dell’aforisma, della battuta a effetto, dello slogan, dell’immagine pubblicitaria. Dei socialnet. Ci preme di più far sapere che ci siamo, piuttosto che esserci davvero.
Di fronte a un’immagine, mi servono le parole. Le parole di chi può aiutarmi a leggerla a diversi livelli, le mie parole per descrivere le sensazioni che mi dà, o anche solo le parole che mi servono per capire quale sia il mio pensiero in merito. Forse un’immagine può valere più di mille parole, ma se quelle mille parole non le possediamo, non so quanto di quell’immagine riesca davvero a raggiungerci.

5. Qual è la cosa più difficile per te come scrittrice?
Innamorarmi di un’idea, darle la forza per trasformarsi in storia e personaggi, capire qual è la focalizzazione migliore con cui raccontarla.

6. Mi consigli tre libri da leggere quest’estate?
Di solito, prima di dare consigli di lettura, chiedo sempre almeno tre libri che sono piaciuti, per capire quali possono essere le corde di quel lettore in particolare e, quindi, quali libri possono essere in grado di toccarle. A te consiglio Middlesex di Jeffrey Eugenides, Dieci Dicembre di George Saunders, Novella degli scacchi di Stefan Zweig. Siccome quest’ultimo è molto breve, aggiungo anche Racconti comici di Mark Twain. Tu che ami i Monty Python, dovresti goderteli fino all’ultima lacrima (dal ridere).

7. Se potessi passare un’ora con qualsiasi essere umano sul pianeta, del presente e del passato, e porre una sola domanda, con chi la passeresti e cosa chiederesti?
Vorrei guardare Dostoevskij mentre scrive, vedere come mette i piedi sotto la scrivania, dove appoggia i gomiti, se si tiene spesso la testa con le mani, e bere vodka con lui nelle pause. Vorrei offrire un cappuccino alla Rowling quando era ancora una ragazza madre disoccupata che sognava di scrivere. Vorrei seguire una prova generale di un concerto di Elvis Presley. Vorrei andare a far la spesa, o in un grande magazzino, con Terry Pratchett. Vorrei ascoltare dal vivo Pericle, mischiandomi tra gli ateniesi quel giorno del 461 a.C. Vorrei far parte della compagnia di Shakespeare e ascoltarlo mentre ci spiega il suo ultimo copione. Vorrei mettere tre dita davanti a Omero e chiedergli “Quante sono?”. Vorrei invitare Christopher Moore a mangiare una pizza sotto casa mia, dove la fanno buonissima. Vorrei fare una gita nella Foresta Nera coi fratelli Grimm. Poi vorrei incontrare un tizio qualunque del futuro e chiedergli se c’è ancora facebook.
Ma, anche, mi piacerebbe incontrare la me bambina, quella che per nessuna ragione sensata si scagliava come un’ossessa contro tutti i bambini coi ricci mettendo sua madre in imbarazzo perenne, e dirle “Hai ragione. Non ti fidare mai di quelli coi ricci”. E visto che devo chiederle qualcosa le chiederei cosa vuol diventare da grande. Mi risponderebbe “La scrittrice”, perché a quell’età non si ha paura di sognare. E io potrei sorriderle e dirle che ce la farà. E che Zorro la saluta tantissimo.
8. Secondo te quali sono le tre cose da evitare assolutamente quando si scrive una lettera alla persona amata?

Lamentarsi del proprio dolore e/o struggimento, far sentire in colpa la persona amata, ma soprattutto fare errori sintattici, grammaticali e di punteggiatura. Dichiarare il vostro sentimento sbagliando i congiuntivi è come presentarsi al vostro matrimonio con la patta aperta. Per sicurezza, io sconsiglierei a monte di scrivere una lettera alla persona amata.
9. Chiudi con la tua citazione preferita :)

Ho molti libri con frasi sottolineate, e molte citazioni che mi farebbero fare un figurone. Ma una sola è la citazione che ancora oggi io ricordo perfettamente a memoria, quindi, per merito, mi sento di darle la palma della vittoria.
Il libro da cui è tratta ve lo lascio scoprire su Google, se non riconoscete da soli il pezzo: Seratinava e patti e pipistrani sfarfagliando succhievano i tresetti, sbufulavano tutti i baffigiani e stralunavan druci tra i vottetti.

[Potete iscrivervi al Gruppo di Supporto Scrittori Pigri direttamente qui . Se siete più propensi allo scarabocchio e alla pittura, date un’occhiata ai Disegnatori Pigri. Se invece pensate sia giunto il momento di passare 16 settimane in ostaggio a fare foto, unitevi ai Fotografi Pigri. Se qualcuno si iscrive e completa tutti e tre i laboratori, mi prendo la responsabilità di organizzare una giornata in cui io, Barbara e Maria ce lo portiamo in giro e gli offriamo la cena]