Creativi Pigri! È giunta l’ora!

Sono appena tornata dal Festival di Arles e se riesco a smaltire un po’ di sono arretrato magari scrivo anche due righe su quello che ho visto.
Se per caso questo post finisce per essere più delirante del solito, la colpa è della stanchezza e dei pastis.

È da poco finito ufficialmente il secondo GSFP e devo dire che questo secondo esperimento si è rivelato ancora più interessante, soprattutto se paragonato al primo. Con ritmi più serrati (16 settimane invece di 52), l’urgenza di produrre immagini si è sentita molto di più e gli abbandoni sono stati molti meno. È stato strano vedere come di fronte agli stessi brief due gruppi diversi di persone affrontino il problema da un’angolazione completamente diversa, o come la dinamica interna di un gruppo sia parte integrante del risultato finale delle immagini dei singoli.
I fotografi pigri di quest’anno di pigro hanno avuto ben poco e si sono sbattuti come delle maionesi per portare a casa le consegne.

Per darvi un assaggio di quello che è stato fatto, questo è il progetto di Riccardo Adelini, che ha fotografato gli artigiani della zona in cui vive, per mostrare che nonostante la crisi c’è un’Italia che vive e lavora (e viene bene in foto).

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Alle Bonicalzi ha lavorato sull’autoritratto, sul significato dei colori e sul lato materico della pittura, producendo una montagna di foto, scalandola ogni mese, per poi farla a pezzi e ricominciare di nuovo il successivo.

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Roberta Segata  ha lavorato sul corpo, la malattia e il rapporto tra l’ambiente reale e quello interiore in un progetto che non vedo l’ora di vedere stampato

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Marcello Spanò ha scelto di fotografare l’affollamento di Milano, cercando di trovare ordine nel caos.

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Michele Boccia si è aggirato nel territorio attorno a casa sua, scovando dei piccoli angoli in cui il tempo sembra essere sospeso

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e Sara Guarracino ha messo in piedi un piccolo mondo delizioso in cui far convincere fidanzato e amico immaginario

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E poi c’è la singola foto di cui sono più fiera in assoluto (non me ne vogliano gli altri).
Maria Grazia De Fidio è arrivata al GSFP dopo aver cominciato da pochissimo a usare una macchina fotografica. Ha litigato con la tecnologia in modo costante e a volte comico (ad esempio quando scriveva i fatti propri nei thread altrui perchè sbagliava finestra) ma si è sempre data da fare, consegnando ogni settimana una foto che rispondesse all’esercitazione che le lanciavo addosso.
Era convinta di non avere niente di interessante da dire e da dare e per me è stato evidente sin da subito quanto si sbagliasse: Maria Grazia ha saputo dare consigli preziosissimi ai suoi compagni, dimostrando che anche chi non sa ancora destreggiarsi tra tempi e diaframmi può comunque essere utile a chi magari con la fotografia ci lavora già da tempo e il suo punto di vista nel corso delle settimane si è fatto via via più sicuro.
Quando ho chiesto ai fotografi pigri di consegnare un autoritratto non credevo che Maria Grazia avrebbe consegnato: sapevo di quanto fosse a disagio di fronte alla macchina fotografica e di quanto poco si piacesse e sapevo di aver chiesto qualcosa che per lei sarebbe stato doloroso e difficile.
Quando ho aperto il forum e mi sono trovata di fronte questa foto, mi è sinceramente mancato un battito.
Maria Grazia ha fatto quello che le avevo chiesto e non le veniva niente e si è messa a piangere e siccome comunque doveva consegnare una foto, ha continuato a scattare lo stesso.

Non c’è nessun tentativo di essere qualcosa di diverso da se stessa, nessun artifizio, nessun muro. Trovo che tutto di questa foto abbia senso. L’inquadratura così ravvicinata e lo sguardo lontano, gli occhi leggermente fuori fuoco, per non disturbare. È una foto che stamperei enorme, e metterei in una stanza vuota con uno sgabello davanti. Magari voi tra cinque minuti avrete dimenticato questa immagine, ma è quella a cui penso quando sto per fare qualcosa che mi mette ansia. Maria Grazia l’ha fatto e io la trovo bellissima.

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Le iscrizioni del nuovo GSFP erano già aperte e 17 prodi pigri si sono già iscritti per quello che probabilmente sarà l’ultimo giro di questa giostra. Rimangono quindi 53 posti e potete decidere di iscrivervi qui

Ripartirà a settembre anche il GSDP, il Gruppo di supporto Disegnatori Pigri, che sarà probabilmente diviso in tecniche secche e tecniche pittoriche. In 16 settimane io sto finalmente cominciando a non andare nel panico di fronte al foglio bianco. Se siete curiosi, questi sono un paio degli ultimi disegni:

 

Non sono diventata Leonardo in 4 mesi, ma ho imparato a guardare meglio la luce e credo che mi sarà utile con le foto.

La novità vera, invece, è che per completare l’offerta per creativi pigri aprirà anche il GSSP, il Gruppo di Supporto Scrittori Pigri. Sarà gestito da Barbara Fiorio, con l’aiuto di Christian Delorenzo, redattore e editor per case editrici come Rizzoli e Einaudi.
Il target ovvio per un corso come questo è quello delle persone con un libro nel cassetto, ma io lo consiglierei anche a chi ha un blog, a chi per lavoro deve scrivere mail e comunicati stampa, a chi si trova a litigare su un forum e sente la frustrazione di non avere una padronanza della parola scritta. Su Barbara posso mettere più di una mano sul fuoco, persino la mia.

Io sto con la sposa

Ci sono progetti in cui si incappa quasi per sbaglio e che continuano a girare nel retrobottega della testa perché hanno qualcosa che va al di là di un concept o dell’esecuzione.
Quando Barbara Fiorio mi ha parlato di Io Sto Con La Sposa qualche settimana fa me ne sono innamorata prima ancora di vedere una singola immagine perché è un progetto importante senza essere pretenzioso, poetico senza essere patetico e infinitamente umano.

L’idea è tanto semplice quanto completamente assurda: come possono 5 profughi Siriani e Palestinesi sbarcati a Lampedusa arrivare fino in Svezia, unico paese in cui possono avere asilo politico, se non hanno i documenti necessari per attraversare le frontiere?

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foto di Marco Garofalo

Gabriele Del Grande, giornalista italiano, Khaled Soliman al Nassiry, poeta palestinese siriano, e Antonio Augugliaro, regista televisivo hanno un’idea: raccogliere un gruppo di amici italiani e non, travestire tutti -profughi compresi- da corteo di nozze e partire per un viaggio di tremila chilometri attraverso l’Europa nella speranza di poter dare a questi estranei un futuro migliore. E nel frattempo girare un docufilm.

Il progetto è costato 150mila euro e c’è una campagna aperta su Indiegogo per raccoglierne almeno la metà in modo da poter finire il docufilm e iscriverlo al Festival di Venezia e distribuirlo nei cinema in autunno.
Ho contattato Antonio Augugliaro, il regista, per fare due chiacchiere e soddisfare alcune mie curiosità più tecniche: come ci si prepara e come si affronta un progetto del genere?
Ho scoperto così che l’intera preparazione è durata 2 settimane. Questo il tempo passato dal primo incontro con i profughi, alla gestazione dell’idea folle, alla partenza. Pensate a quanto tempo vi ci vorrebbe a convincere i vostri, di amici, a partecipare a una cosa del genere, col rischio di essere incarcerati come trafficanti di esseri umani.

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foto di Marco Garofalo

É stata creata una bozza di sceneggiatura di massima: si sapeva chi ci sarebbe stato, si sapevano i posti che sarebbero stati attraversati ed era importante partire con una lista di situazioni da portare a casa, che mettessero in luce tutti i personaggi senza lasciare dei buchi.

Se ci pensate non è così diverso da avere una lista di scatti “obbligatori” da portare a casa il giorno di un matrimonio (vero).
Attorno a queste scene ne sono poi state girate molte altre, improvvisando e adattandosi a quello che sarebbe successo di volta in volta.
Il tutto è stato girato a 3 operatori video, armati di Canon C300 (scelta per la qualità del girato -in HD- e perché avrebbe permesso di lavorare bene con la color correction) e un fonico armato di boom (ogni videocamera era attrezzata con un mezzo fucile e in alcune scene sono stati usati dei radio microfoni, ma ogni volta che ho dovuto registrare il sonoro di un filmato è stato un incubo. In una stanza. Con tutta la tranquillità del mondo. Tommaso Barbaro ha tutto il mio rispetto).

La base operativa era un furgone attrezzato con tutti i caricatori per l’attrezzatura, 2 computer, 3 hard disk da 2 tera (+ la copia di backup di ogni hard disk). Durante gli spostamenti in autostrada tutte le schede venivano scaricate e backuppate dai prodi assistenti, che a Copenhagen si sono trovati a dover fare la notte in bianco, perché non avevano potuto sfruttare il viaggio.

La luce usata per le riprese è quella ambiente, ed è qui che si è rivelata importante la scelta delle macchine da presa adatte: nella frontiera tra Francia e Germania è stata girata una scena, ribattezzata “scena losca” nell’oscurità più totale, fatta eccezione per un lampione in controluce. Con mezzi diversi sarebbe stata inutilizzabile, invece grazie alla sensibilità del sensore, che arriva a 20.000 ISO, alla gamma dinamica e ai 3 segnali RGB ognuno a risoluzione nativa 1920×1080 senza necessità di demosaicizzazione, la scena non è solo “utilizzabile”, ma valida.

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foto di Marco Garofalo

Il momento più difficile è stato probabilmente la scalata del Passo della Morte, il sentiero a Ventimiglia usato dai migranti per passare dall’Italia alla Francia. Durante la scalata è stato perso uno spallaccio ammortizzato e Daniel (che vedete in foto mentre porta in spalla la sposa) è dovuto tornare indietro di sera, in mezzo al bosco, per ritrovarlo.

Tutte le persone che hanno partecipato al progetto lo hanno fatto a credito, senza nessuna garanzia di essere pagati se non la parola degli autori, il loro, “non sappiamo quando, ma vi paghiamo”.
Antonio mi ha chiesto più volte di ricordarmi di citare i cameramen: Gianni Bonardi, Marco Artusi e Valentina Bonifacio, il fotografo di scena Marco Garofalo e il fonico Tommaso Barbaro. Ho cercato di ricordarmi l’ultima volta che ho intervistato qualcuno con un ego così inesistente e una tale attenzione ai propri collaboratori, ma onestamente non mi viene in mente un esempio.

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foto di Marco Garofalo

É anche per questo che è importante continuare a donare alla campagna di Indiegogo, anche se i 75mila euro sono già stati raggiunti: è un progetto reso possibile da persone che non solo si sono messe personalmente in una situazione potenzialmente pericolosa per poter aiutare dei perfetti estranei, ma lo hanno fatto senza giocarsi la carta del “lavora gratis perché stiamo facendo del bene”. É stato messo in piedi da gente che sa quanto vale il lavoro ed è disposta a pagare questo valore, e pre-acquistando un dvd o un libro potete aiutare a velocizzare il processo. É buon karma e la prossima volta che qualcuno cerca di farvi lavorare gratis potete linkare a questa pagina.

Il montaggio è concluso. Adesso stanno lavorando alla color correction e al sound design e poi mancano solo le finalizzazioni. E se volete vedere il film col vostro nome nei titoli di coda, andate qui

Immagina- nel mondo

Quando il progetto Immagina è partito non sapevo davvero cosa aspettarmi. Aveva funzionato per me, ma sarebbe stato adattabile anche a realtà diverse, a persone diverse?
Nel corso di questo mesi ho ricevuto un sacco di mail, alcune con domande (soprattutto riguardo al come presentare il progetto o quanto farsi pagare, entrambe cose che non posso purtroppo definire in modo univoco, perché ogni scuola/progetto/comune/fotografo è una storia a sè), alcune di persone che mi facevano sapere che avevano fatto partire il progetto. Queste sono le mail he preferisco, soprattutto quando arrivano alla fine del percorso didattico, perché in tutte riconosco la stessa nota di entusiasmo nei confronti dei ragazzi, la stessa soddisfazione per aver condiviso la propria passione con qualcuno che può farcela vedere sotto una luce nuova.
Di molte di queste esperienze non posso parlare, perché spesso non sono pensate per essere messe su Internet.

L’altro giorno però mi è arrivata questa mail da Luciano Perbellini, che non conoscevo, e con il suo permesso la condivido.
La mail da sola mi ha fatto sorridere, ma quando ho guardato le foto mi si è slogata la mandibola.
La sola idea di essere stata in qualche modo parte di questo processo mi fa esplodere il cervello di gratitudine.

Ciao Sara, perdonami se ti do del tu.

Mi ero promesso di scriverti ancora qualche tempo fa, ma poi onestamente il rientro in Italia mi ha incasinato un po’ la vita e in questi giorni che mi trovo a Bassano, per lavoro, mi sei tornata alla mente, quindi ne aprofitto.

Sono un collega e non ti voglio rubare troppo tempo, anzi, ma ti volevo solo ringraziare della bellissima guida ai corsi di fotografia ai più piccoli “Immagina Me” che ho comperato attraverso Tau visual.

L’ho adoperata in Sud Africa dove mi trovo x 6 mesi l’anno e dove porto avanti vari progetti fotografici. Uno di questi, non proprio fotografico ma culturale, è fare i corsi di fotografia dentro le Township. 

Nell’ultima occasione ho usato i tuoi preziosi suggerimenti e i pdf con le immagini, che chiaramente ho stampato, perché il proiettore non era uno strumento contemplabile :-).

Basta, tutto qui, pensavo che avere un feedback su una tua iniziativa che ha seminato tanto lontano e con risultati eccellenti, potesse essere per te cosa gradita.

Se ti fa curiosità vedere i risultati, questo è il link della pagina fb dello studio, dove abbiamo pubblicato il loro lavoro finale: 
considera che NON avevano MAI preso in mano una macchina fotografica!!

Complimenti per i tuoi lavori e il modo con cui porti avanti la professione.

Grazie ancora
Luciano Perbellini

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e un dietro le quinte, sempre preso dalla pagina facebook dell’Atelier Bottega di Fotografia. A giudicare dai pezzi di collage che vedo, i bambini di tutto il mondo sono davvero uguali…

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Se anche voi avete deciso di mettere in pratica la vostra versione di Immagina, fatemelo sapere! E se volete farlo, lo trovate qui

Polimi Women Summit

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Lunedì 19 maggio sarò al Politecnico di Milano a fare da mentore alle alunne in procinto di laurearsi in occasione del primo Women Summit
Sono sempre stata restia a partecipare a qualsiasi iniziativa “per le donne”, perché una parte di me ha sempre avuto da ridire sul fatto che sia davvero necessario fare questo tipo di distinzioni.
Dal mio punto di vista, non sono una donna fotografa, sono una fotografa che incidentalmente possiede una vagina.

Arrivata alla veneranda età di 35 anni, però, devo ammettere guardando indietro che nell’Italia del 2014 far finta che non sia necessario parlare di pari opportunità e del ruolo della donna del lavoro è appena appena naif.
Sono state diverse le volte in cui mi sono presentata a una riunione con Alessandro a farmi da assistente, e il dirigente di turno ha cominciato a spiegare le cose a lui dando per scontato che io fossi la segretaria. La scelta di avere una famiglia per un fotografo maschio1 si limita quasi sempre a cercare di tornare a casa prima la sera, per una fotografa significa decidere di smettere completamente di lavorare per un tempo X e poi a dover ripensare completamente la propria carriera o a ripensare la propria idea di famiglia.

Non so sinceramente dire se mi siano state tolte opportunità perché sono una donna, perché ho sempre deciso di non prenderlo in considerazione: posso lavorare di più, più veloce e meglio di un sacco di altre persone, a prescindere dai loro genitali (e meno, più lentamente e peggio di un sacco di altre, a essere onesti), però ci sono sicuramente un paio di cose che ho notato nel corso degli anni e se dovessi dare un paio consigli alle ragazze che si stanno affacciando adesso nel mondo del lavoro sarebbero:

1. Avete una voce, usatela. Ci sono tantissime, troppe donne che parlano e si muovono come se si aspettassero sempre di essere zittite. Il risultato è che anche quando state dicendo qualcosa di estremamente sensato, chi vi parla rimane con l’impressione che non fosse niente di importante. Siete una di quelle persone che sembrano concludere ogni frase con un punto di domanda? Non fatelo, non aiuta.

2. Ricordate che il vostro lavoro e la vostra identità di essere umano non sono la stessa cosa. Potete fare una cazzata e essere delle persone valide e se qualcuno vi sta facendo notare un errore, non sta giudicando voi come persona2.

3. Non è vero che dovete per forza accettare le regole scritte da altri, se ritenete che non abbiano senso.  A volte essere l’unica (o una delle poche) donne in un ambiente che è sempre stato prevalentemente maschile significa scontrarsi in continuazione con una serie di regole non scritte che sono nate perché le dinamiche tra persone erano diverse prima che arrivaste voi. Se improvvisamente il vostro ufficio assume una persona che parla una lingua diversa, non vi verrà sempre automatico parlare in inglese con i vostri colleghi quando c’è quella persona e non lo state facendo perché la odiate personalmente: è una questione di abitudine o di una vostra capacità limitata di parlare l’inglese. Le abitudini, grazie al cielo, si possono cambiare e questo richiede un po’ di pazienza da parte del collega straniero e un po’ di disponibilità da parte dei colleghi. E magari di un corso di inglese per chi fa fatica ad adattarsi. Cercate soluzioni invece di limitarvi a sollevare i problemi, ma quando i problemi ci sono, sollevateli.

4. Non dovete rinunciare a essere femminili per fare carriera, ma non potete nemmeno far finta che gli abiti non facciano i monaci. Siate il tipo di professionista che volete diventare: se volete diventare il capo cantiere del secolo, la french manicure e il tacco 10 mandano un messaggio che contraddice quello che dite di voler fare. Se volete diventare il direttore di una banca, radervi metà testa e farvi tatuare un teschio che piange sangue sulla fronte non è un’espressione di libertà personale, secondo me, è comunicare la vostra decisione che per voi è più importante il vostro aspetto rispetto alla capacità di mettere a proprio agio i clienti.

5. Le altre donne non sono le vostre concorrenti: se vogliamo ragionare in quel modo, tutti i vostri colleghi -in ambito lavorativo- lo sono. Spesso si pensa che i posti per le donne siano limitati e che che Tizia avanza, toglie possibilità a me di arrivare al suo posto. Per cui mentre siamo impegnate a metterci i bastoni tra le ruote, Caio, Sempronio e Gigi si prendono senza far fatica posti che avrebbero potuto essere occupati da voi. Aiutate chi comincia, trovate aiuto da chi è più avanti. non dovete per forza fare sempre tutto da sole.

6. Diventate brave in quello che fate. Non accontentatevi di fare quello che vi viene chiesto. Questo vale per maschi e femmine, ovviamente, ma se c’è una cosa che aiuta le persone a superare differenze di sesso, età, razza e religione è l’eccellenza.

Ci vediamo al Poli!

(nota a margine. Mi fa sorridere che mi abbiano indicato come designer e fotografa, probabilmente nella speranza di mandare il messaggio che l’indirizzo di laurea formi il futuro. Per certi versi è vero, non mi sono pentita un secondo del mio indirizzo di studi e sarei una fotografa diversa se non avessi in mente processi produttivi, lezioni di economia e di scienze dei materiali… però non sono una designer)

Aggiornamenti vari

Negli ultimi tempi mi sto chiedendo spesso cosa fare di questo blog.
Avrete notato che è un po’ lasciato a se stesso, ed è vero che in parte dipende dal fatto che sto lavorando in un modo che non ha senso, ma non credo sia solo questo. In fondo di periodi in cui avevo un sacco di tempo libero non ne ricordo molti, dopo le superiori.

Non è perché io non abbia cose con cui aggiornare: ho tutto il materiale di Dubai di cui dovrei fare qualcosa, devo sicuramente scrivere un post sul workshop che si è tenuto a Cagliari (intanto potete vedere un breve riassunto video qui), ho una serie di libri appena letti che varrebbe la pena di consigliare (su tutti, questo, assolutamente. E questo), documentari da recensire, attrezzatura che ho provato e di cui avrebbe senso parlare.
I nuovi fotografi pigri stanno arrivando alla fine delle loro 16 settimane e questo secondo giro è stato infinitamente interessante e incredibilmente diverso dal primo. a questo punto sono curiosissima di vedere cosa succederà a settembre, con l’ultimo gruppo, prima di chiudere definitivamente l’esperimento.
Ho ricominciato a scattare in analogico e mi sto costruendo una camera oscura.

Ci sono una serie di argomenti di cui sto discutendo via mail e di persona con diversi amici che sarebbero ottimi spunti per dei post (ad esempio la rappresentazione della donna in fotografia e il ruolo della donna dietro l’obiettivo, oppure il limite della manipolazione del fotografo per ottenere la foto che cerca, oppure i miei esperimenti con lo standing desk, ecc ecc)
Eppure ogni volta che apro la pagina di backoffice poi la richiudo.

Quando ho aperto il blog su wordpress l’ho fatto perché livejournal stava diventando un disastro con lo spam e comunque un sacco di gente si era trasferita su facebook. Quando ho cominciato i ghetto tutorial l’ho fatto perché non c’era niente del genere e mi stava sulle palle il fatto che nessuno condividesse niente, in italiano. Era un modo di connettermi con altre persone come me che magari  stavano cercando di capire come funzionasse questa cosa della fotografia.

Nel 2014 Internet è pieno di tutorial fantastici su qualsiasi cosa, e siamo sempre connessi con chiunque, anche quando non vogliamo.
Negli ultimi anni sono cambiate tantissime cose nel modo in cui le persone comunicano e scambiano informazioni e non so se il blog nel senso tradizionale del termine sia ancora uno strumento sensato. O meglio, non so ancora in che direzione portare questo coso che occupa troppo spazio nel database: ne faccio semplicemente una bacheca di annunci e aggiornamenti su quello che faccio o devo fare? Lo faccio diventare uno dei tanti lavori da fare e faccio i miei bravi X post alla settimana per poi arrivare al punto in cui diventa di nuovo un’abitudine? Lo lascio perdere e dedico la mia attenzione al blog in inglese, cosa che probabilmente sarebbe infinitamente più sensata visto che il 90% delle persone con cui interagisco su Internet non parla inglese?

E se vi sembra che stia esagerando coi discorsi sul mondo che cambia in modi che non sono sicura di capire, *mia zia* mi ha preso per il culo perché non uso whatsapp. Sono una persona adulta con un lavoro, zioccane. Io mando gli sms.

Workshop a Cagliari e documentari

Mi comunicano dall’alto che per il workshop di Cagliari del 25-26 aprile di sono liberati due posti all’ultimo momento. Se dopo Pasqua avete bisogno di una minivacanza in un posto meraviglioso, venite a giocare con noi (e aggiungete un paio di giorni in coda, perché se pensate di fare vacanza a uno dei miei workshop pensate male…).
Ho saputo che la modella che lavorerà con noi sarà Vanessa Barrui. Non vedo l’ora di averla davanti alla macchina fotografica!!!

vanessa-barrui

Nota a margine. Nelle ultime settimane ho dovuto passare una quantità abnorme di ore a post-produrre foto e se da un lato mi stanno andando assieme gli occhi, dall’altro ho avuto l’occasione di guardare un po’ di cose interessanti.

1) La prima è una serie in cui Mark Seliger intervista fotografi famosi e famosi che fanno foto. Questa ad esempio è la puntata in cui scopro che Helena Christensen -la modella- fa anche delle gran foto

2) Un documentario su Avendon. Tolti i momenti in cui chi monta il filmato decide di sovrapporre diverse voci a cavolo, è fatto molto bene. Ho capito che vuoi dare il senso del suo essere un artista discusso, ma per chi guarda un filmato su youtube la sensazione è quella che sia partito un video in un’altra finestra

3) Un documentario su Newton. Col tempo ho fatto pace con Richardson, Newton ancora non mi va giù. Per quanto ne riconosca il valore, ho una repulsione viscerale per le sue foto e la sua persona.
Quando trovo un fotografo che non mi piace, passo un sacco di tempo a cercare di capire perché, perché in genere è un’indicazione importante su quello che voglio fare io come fotografa. Ad ogni modo, questo è un bel documentario.

Bonus track: al momento sto guardando un po’ di questi videocast. Alcuni sono interessanti, altri meno. Ma ce ne sono parecchi, avete scelta. Se invece volete guardare qualcosa di interessante e diverso dalla fotografia, vi consiglio caldamente questa lecture di Brian Cox. Non fatevi spaventare dall’argomento: quest’uomo è in grado di rendere la fisica interessante e comprensibile anche per i comuni mortali.

One Light 2.0 – recensione e codice di sconto

La settimana scorsa Zack ha buttato fuori la versione 2.0 del suo vecchio dvd “One Light”, un tutorial di 7 ore sull’uso del flash e di tutto quello che si può fare con una sola luce e dei modificatori.
Per quanto io ormai sia abbastanza a mio agio con un flash in mano (anche se ritengo di avere ancora parecchio da imparare),  ho comunque comprato il corso quando era ancora in pre-ordine, perché sinceramente 50 dollari (adesso 75) per una marea di contenuti presentati da uno bravo a insegnare sono una cosa che mi interessa avere.

Inoltre ho un sacco di gente che mi chiede informazioni sull’uso del flash e anche se di solito li mando a leggersi la serie lighting 101 scritta da David Hobby, mi rendo conto che per alcuni è più facile guardare che leggere e avere a portata di link una risorsa valida e a un prezzo accessibile è una cosa buona
[NOTA: PER CHI LEGGE C'E' IL 30% DI SCONTO USANDO IL CODICE A FINE POST, per cui prima di lanciarvi a comprare, andate in fondo]

IL FORMATO

Grazie al cielo nel 2014 è finita l’era del “ti mando a casa un dvd fisico che il postino spezza a metà perché le poste italiane odiano tutti” e l’intero ambaradan è costituito di 6 parti da scaricare.
I file pesano (parliamo di un complessivo di più di 18 giga, spezzettato in 12 file), dal momento che sono in 1920×1080. Questo significa che vi ci vorrà un po’ di tempo prima di avere tutto il malloppo se non avete una connessione fantastica, ma mettete il programma che usate per scaricare i torrent in pausa per una notte o due e non dovreste avere grossi problemi.

PARTE 1: ATTREZZATURA

Imparare a usare un flash è meno difficile di quello che sembra all’inizio, quando si trovano un sacco di tutorial pieni di numeri e viene voglia di rannicchiarsi in posizione fetale.
Come scelgo un flash? Che tipo di modificatori ci sono? Come lo sincronizzo alla macchina fotografica?
Per chi ha lo span di attenzione di un pesce rosso, odia le informazioni tecniche e vuole essere intrattenuto, questa parte e la successiva possono risultare un po’ pallose, ma sono necessarie.
Secondo me Zack fa un ottimo lavoro nell’essere più specifico possibile senza smettere di essere molto chiaro.
Per un principiante è importante cominciare a capire che differenza c’è tra un flash a slitta e un flash da studio e quali sono i motivi di comprare uno piuttosto che l’altro, per fare un esempio.

Chi ama parlare di attrezzatura sarà particolarmente felice di quanto è esauriente.
L’unica pecca è che -ovviamente- lui fa riferimento a marche di facile accesso per gli americani, non necessariamente per noi. Prendete le informazioni che vengono date, cercate di capire quello che c’è sotto e poi passate del buon tempo a fare domande nei forum di fotografia, che di gente che adora confrontare pezzi di attrezzatura ce n’è davvero tanta, su Internet.
Non chiedete a me, io ho una vagina.

PARTE 2: ESPOSIZIONE

Questa secondo me è la parte più importante per chi comincia a giocare col flash: capire come controllare la luce (l’idea che il flash sia controllato dall’apertura e la luce ambiente dai tempi non è così ovvia, e io ci ho litigato parecchio all’inizio). I concetti tecnici sono spiegati in modo davvero molto chiaro con l’aiuto di Carl, lo scoiattolo impagliato (e di un manichino. Ma io voto Carl)
Per quanto sia tutto molto visuale e chiaro, chi è davvero all’inizio potrebbe aver bisogno di riguardare questa parte un paio di volte (o tre), magari facendo un po’ di prove tra una visione e la successiva: fino a quando non vi trovate a bestemmiare i vostri antenati con un flash in mano, non siete sicuri di aver capito davvero come funziona. In realtà lo trovo molto comodo anche come ripasso per chi conosce già la teoria: cercate di anticipare cosa succede prima che si veda la foto-risultato.
C’è la possibilità di trasformare questa cosa in un drinking game, immagino.

PARTE 3: SHOOT A

Si passa finalmente a vedere l’azione. In questa parte Zack fotografa Eryn su fondo grigio, mostrando la differenza tra diversi modificatori e soprattutto mostrando il modo in cui muovere un modificatore cambia un’immagine in modi anche drastici.
Queste prime tre parti sono in bianco e nero: dal momento che si sta parlando di qualità della luce ha senso ed evita distrazioni inutili.

PARTE 4: SHOOT B

Si passa al colore. In questa sezione viene fotografato Blair Crimmins in location. Secondo me è forse la parte più interessante per chi vuole giocare coi flash, perché mostra quanto la possibilità di modificare la luce crei qualcosa di completamente diverso da quello che vedono gli occhi entrando in una stanza. E’ quello che per me ha fatto la differenza quando ho cominciato a lavorare come fotografa: non si tratta più solo di catturare qualcosa, ma di crearlo.

La cosa interessante è vedere il modo in cui le foto di evolvono e il tipo di aggiustamenti che vengono fatti tra uno scatto e l’altro. La fotografia è soprattutto l’arte di risolvere i problemi e trovo estremamente utile la decisione di mostrare gli scatti “sbagliati” che portano allo scatto finale, piuttosto che mostrare una foto fighissima e tagliare tutto quello che va storto in mezzo.

PARTE 5: SHOOT C

Per finire, Zack fotografa il gruppo “Today The Moon Tomorrow The Sun”, in studio e in esterni. Illuminare più persone con un solo flash porta a tutta una serie di mal di testa che sono facilmente risolvibili se si capisce come sfruttare le proprietà fisiche della luce. La buona notizia è che non serve studiare fisica.
Le foto sono fatte con un setup abbastanza semplice, ma è interessante anche vedere come dirigere diversi soggetti contemporaneamente e convincerli a stare in posizione fino a quando non si arriva alla foto che si vuole. Il 90% degli aspiranti fotografi si ferma troppo presto, per evitare di mettere a disagio chi è davanti alla macchina fotografica, dimenticandosi del fatto che se qualcuno ha accettato di posare per noi è perché vuole portare a casa una bella foto.

PARTE 6: END

In quest’ultima parte Zack discute le immagini e spiega quello che gli piace, quello che avrebbe fatto diversamente… i miei fotografi pigri probabilmente hanno un brivido lungo la schiena leggendo questa frase, perché è quello che sono costretti a fare ogni settimana. La differenza tra un fotografo che rimane mediocre a lungo e un fotografo che cresce con le proprie immagini è che il secondo guarda le proprie immagini con occhio critico e le usa come scuola per crescere e migliorare

DIFFERENZE COL VECCHIO DVD:

La qualità della produzione è parecchi metri sopra. Per quanto l’aria casalinga dei primi dvd avesse un suo fascino, si vede che nel corso degli anni Zack è cresciuto parecchio come fotografo. Le informazioni iniziali sono bene o male le stesse (nel frattempo la fisica ottica non è cambiata e la luce è sempre luce), anche se la parte di attrezzatura è ovviamente aggiornata. Personalmente trovo che siano le parti in cui Zack scatta che rendono sensato l’acquisto del corso anche se avete già il primo, perché la cosa interessante da vedere per me è  guardare come un altro fotografo lavora e come funziona la sua testa con una macchina fotografica in mano.. che è poi quello che mi fa decidere se partecipare o meno a un workshop

VALE LA PENA COMPRARLO?

Trovo siano soldi spesi benissimo per chi vorrebbe imparare a usare un flash e non sa da che parte cominciare, ma anche e soprattutto per chi sta muovendo i primi passi ed è convinto che se le sue foto fanno schifo è perché ha bisogno di altri 3 flash e 15 modificatori. Chi mangia pane e flash a colazione potrebbe trovarlo non abbastanza avanzato, ma come scrivevo può valere la pena comprarlo anche solo per le sessioni di scatto. O potete comunque salvarvi il link e mandarlo a vostro zio che vi rompe l’anima facendovi domande tecniche che vi fanno venire voglia di prendere a testate lo spigolo di un muro.
Ovviamente è in inglese. Per cui se non parlate una parola di inglese consiglierei di mettere da parte i 50 euro e pagarvi un paio di lezioni di inglese.

Anzi, meno… perché Zack mi ha gentilmente dato un codice sconto per chi legge questo blog:

Fino al 1 GIUGNO, se usate il codice kidwhoshits potete acquistare One Light 2.0 con il 30% di sconto.

Vuol dire che pagate il corso una trentina di euro. E’ il costo di un libro o di una cena per due in un ristorante scarso: cucinate la cena per vostra moglie e fingete che sia un gesto romantico

Se vi state chiedendo come mai il vostro codice sconto sia un po’ particolare…
Fa riferimento a quello che ho fatto recapitare nella camera d’albergo di Zack la sera in cui è arrivato a Dubai, in previsione dello Shoot Out

bambinochecaga

 

 

 

“crowdfunding in fotografia”- Incontro allo IED

Quasi mi dimenticavo!
Lunedì pomeriggio mi trovate allo IED a parlare della mia esperienza con il crowdfunding (ricordate quando abbiamo fatto succedere Magpies? ).

lunedi’ 31 marzo 2014 - ore 18:30
via A. Sciesa, 4 – Milano – presso IED

“crowdfunding in fotografia”
trovare finanziamento e risorse, e migliorarsi

Come utilizzare, in modo concreto ed efficace, le soluzioni di “crowdfunding” per trovare finanziamento, supporto e risorse per i propri progetti fotografici.
Case histories, considerazioni operative, suggerimenti e spunti concreti, idee applicative: una carrellata concreta e mirata per alternative reali, in un mercato fotografico che, mutando, non produce solo disgregazione di consuetudini, ma – anche – genera nuove opportunita’.

L’incontro è gratuito, ma dovete iscrivervi qui

Il video dello ShootOut

GPP2014 ShootOut | Sara Lando vs Zack Arias from gulf photo plus on Vimeo.

Appena tornati da Dubai siamo stati sommersi da una quantità di cose da fare allucinante e mi sono accorta solo adesso di non aver scritto nemmeno una riga sull’esperienza.
Se l’anno scorso fare da assistente ad Heisler è stato massacrante ma meraviglioso, insegnare quest’anno è stato massacrante ma meraviglioso, solo più massacrante.
I ritmi sono serrati, le responsabilità molto maggiori e le aspettative di chi ti sta attorno proporzionali.
La cosa fantastica è stato vedere che gente del calibro di Heisler e Arias era in ansia tanto quanto me prima delle giornate di shooting: vi state chiedendo se arriverà un giorno in cui finalmente smetterete di essere raggomitolati in posizione fetale sotto un tavolo in preda al panico? La risposta, a quanto pare, è no. Non è meraviglioso?
(rumore di frotte di aspiranti fotografi che portano i loro CV all’azienda più vicina)

Sicuramente l’esperienza più intensa sono stati i 20 minuti dello Shoot Out. Per chi ha visto la puntata di Futurama dove Fry beve 1000 caffè con i soldi del rimborso statale, immaginatela uguale. Ho scritto le mie impressioni a caldo sull’esperienza qui (mi è stato fatto notare che devo aggiornare meglio e più di frequente il mio blog in inglese), ma posso assicurarvi che non è possibile mettere a parole la sensazione che si prova subito prima: è un misto di farfalle nello stomaco da innamoramento violento, intossicazione alimentare e quella sensazione specifica che sta per succedere qualcosa di orribile.
Ok, ho vinto, ma nel frattempo sono sicura di aver accorciato la mia vita di almeno 10 anni.

Starter Kit per aspiranti fotografi

A quanto pare sono stata rieletta nel direttivo Tau Visual, quest’anno tra l’altro la mia scalata sociale procede e sono diventata proboviro (un uomo onesto un uomo probo, trallalalallalalallallero…).
Non ho ancora il mio jet privato, a quanto pare, ma deve esserci un errore.
Una novità che ho particolarmente apprezzato è che quest’anno è stato chiesto a tutti i candidati di presentare un progetto di cui rendersi responsabili di persona.

Dopo aver terminato Immagina (un modello per l’insegnamento della fotografia per i bambini delle scuole primarie), mi ronzava da un po’ in testa l’idea di usare lo stesso formato per creare una specie di raccolta di informazioni, risorse e strumenti per aspiranti fotografi, qualcosa che radunasse tutte le informazioni che avrei voluto avere io nel 2006 quando ho aperto Partita Iva. In fondo tra i Fotografi Pigri mi sono trovata molte persone che stanno pensando di compiere il Grande Salto e se è vero che non posso assicurare a nessuno che non sia un salto nel vuoto e non posso fare personalmente da mentore a tutti, è anche vero che almeno in parte posso aiutare chi comincia condividendo quello che so.

Quando ho aperto la mia attività per me è stato fondamentale l’aiuto di Tau Visual, che ad esempio ogni anno manda una raccolta di bozze di liberatorie e lettere da mandare ai clienti in casi specifici, ma al momento non esiste ancora qualcosa che raduni in un posto solo quello che serve a chi decide di fare della fotografia una professione per rendersi conto di quali sono le problematiche principali e gli strumenti migliori per affrontarle.

Ogni tanto ho scritto qualcosa a riguardo (ad esempio sul preventivo, sul business plan, sulla gestione degli errori, sulla transizione che porta a diventare fotografo), ma vorrei usare quest’anno e parte del prossimo per creare qualcosa di più completo e operativo, inserendo esempi, modelli da usare, interviste su argomenti specifici a persone che ne sanno più di me (Italo, se stai leggendo: aspettati di essere messo in un angolo con un registratore davanti alla faccia. Italo è il mio commercialista. Mi piacerebbe ad esempio fornire una lista di domande che chiunque dovrebbe fare al proprio commercialista quando apre un’attività).

Vorrei parlare della parte di gestione dell’azienda con un linguaggio semplice (quando ho cominciato ci ho messo un secolo a capire cosa fossero i cespiti e come funziona l’Iva), ma anche dare delle indicazioni sulla gestione del cliente, sulla creazione di un proprio brand e sulla creazione di una rete positiva di professionisti che ruotano attorno al nostro lavoro. Non so se abbia senso parlare di cose tecniche (ad esempio il minimo indispensabile per mettere su uno studio), perché cambiano di sei mesi in sei mesi e perché le necessità di un fotografo di matrimonio sono completamente diverse da un fotografo commerciale, ma magari potrei spendere qualche pagina sul perché investire decine di migliaia di euro per dotare lo studio di un impianto luci motorizzato senza avere un singolo cliente è un’idea idiota.

Se ci sono argomenti o domande che secondo voi dovrei prendere in considerazione, non esitate a farmele. Anche se vi sembrano domande stupide (soprattutto se vi sembrano domande stupide): posso assicurarvi che probabilmente ci sono altre decine di aspiranti fotografi che si stanno chiedendo la stessa cosa.

Lavora gratis per il Gruppo Editoriale Espresso

Gentile ,
sono Giulia della redazione de ilmiolibro.it
Ti ho contattato la scorsa settimana per presentarti il nuovo canale Idee del nostro sito.
Ci farebbe molto piacere pubblicare le tue opinioni sui grandi temi dell’architettura, del design, dell’arte e della fotografia.
Abbiamo selezionato il tuo profilo perché crediamo sia in linea con i temi che stiamo proponendo.
Con la tua esperienza potrai contribuire ad arricchire questo spazio sul web di interessanti e preziosi spunti.
Il tuo articolo sarà referenziato con il tuo nome e il link al tuo sito internet/blog, permettendoti così di entrare in contatto e di farti conoscere da tante altre persone appassionate come te.
Per partecipare con il tuo articolo:

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  2. invialo a: redazioneopinioni@ilmiolibro.it

Ecco i primi temi e articoli pubblicati sui quali puoi intervenire:
[segue link a lista di articoli non scritti particolarmente bene]

Cara Giulia della redazione de ilmiolibro, se vi ho ignorato la settimana scorsa (cliccando sull’unsubscribe di mail chimp, per cui qualcuno si è preso la briga di inserire di nuovo il mio nominativo nella lista “fessi da contattare”) è perché ritengo sinceramente che questo genere di operazioni abbassi la qualità dei contenuti presenti in rete e alzi il rumore di fondo.
E anche perché ogni volta che vedo gente raccattare manodopera gratis facendo leva sulla speranza di “farsi conoscere” vorrei fisicamente presentarmi a casa di quella persona con una trota e schiaffeggiarla a sangue e poi appendermi in casa l’articolo di giornale che uscirebbe il giorno dopo. Se devo farmi conoscere, che sia per qualcosa di più originale che una lista in dieci punti su un sito che non è nemmeno il mio.
Fare il giornalista una volta era un lavoro, che richiedeva una preparazione, del tempo, una presa di responsabilità. Un lavoro retribuito. Quello che state pubblicando adesso sono copia-incolla o articoli raffazzonati fatti da persone che sperano di poter dire alla mamma che “scrivono per il Gruppo Editoriale Espresso”.
Se si trattasse semplicemente di creare una community di gente che scrive non sarebbe un grosso problema, ma a quanto vedo ci sono nella pagina una serie di pubblicità di inserzionisti, il che mi fa dedurre che dobbiate giustificare per i suddetti inserzionisti una serie di contenuti sempre nuovi a cui appiccicare le pubblicità (che vi vengono pagate con soldi veri, suppongo). Siccome persino far lavorare gratis gli stagisti ormai è passato di moda, e in fondo consumano l’acqua nel boccione dell’acqua, per cui non è che lavorino proprio gratis, avete scoperto l’Internet. Magnifico.

Se invece i vostri inserzionisti si limitano a pagarvi per il vostro spazio referenziando il vostro nome e sito/blog permettendovi di entrare in contatto con altri editori appassionati come voi, fatemelo sapere. Sarò felice di essermi sbagliata.
Nel frattempo vi chiederei la cortesia di non contattarmi di nuovo per qualsiasi altro motivo. Tendo a non rispondere bene allo spam.

Come direbbe la regina d’Inghilterra, go eat a bag of d*cks1.

Pronti…partenza…

Ho ancora un giorno per testare tutto il testabile prima di partire per Dubai. Come mi sento? Sono il tipo di persona che si sveglia nel mezzo della notte con l’agitazione perché il giorno dopo deve partire per una vacanza di due giorni, fate le dovute proporzioni.
Dubito che le cose miglioreranno nei prossimi giorni, visto che la singola cosa che mi mette più agitazione sono gli ultimi 20 minuti. E’ difficile da spiegare se non siete stati nell’auditorium del GPP per lo shootout: l’anno scorso avevo lo stomaco ridotto a una nocciolina e stavo solo guardando. Quando Zack Arias mi ha chiesto di salire sul palco a lanciare un bicchiere d’acqua, avevo le orecchie che ronzavano. Riuscirà la nostra eroina a essere la prima persona a vomitare sul palco nella sua migliore interpretazione di “Stan di South Park”? In caso, spero lo mettano nel video.

Nel frattempo, parliamo di cose serie.
Siccome ci tengo ad avere un corso di disegno quando torno in Italia, ricordatevi di iscrivervi al GSDP!! Se avete mai pensato “mi piacerebbe saper disegnare, ma non ho talento”, questo è il posto che fa per voi. Potremo starcene nascosti in casa a produrre capolavori immensi! Anche se la mia previsione è più simile a questa

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E per lasciarvi con qualcosa di utile (anche se il fumetto del DickButt è abbastanza meraviglioso da riempirvi di gioia fino al mio ritorno, lo so), ho chiesto a Maria 3 consigli per chi crede di essere un caso disperato con la matita in mano

1- Mai scoraggiarsi!
Ci vogliono tempo e pratica per disegnare bene, più esercizio farete più diventerete bravi. Può suonare banale, ma la scatola di pastelli più fantastica del mondo serve a poco senza tecnica. Ci sono tecniche con cui si ha o sembra di avere più familiarità: tutti hanno scritto un’e-mail o scattato una foto in vacanza, ma non è così scontato che chiunque abbia provato a disegnare dopo l’asilo. (No, educazione tecnica non vale). Questo significa che i primi disegni vi daranno la sensazione di provare a svuotare il mare con uno scolapasta. Dovete tenere a mente che sono i primi mattoni per costruire il vostro modo di disegnare.
Un esempio lampante è quello del mangaka Tanehiko Ionue (cliccate sull’immagine per vederla in grande):
La prima immagine è presa dal Volume 1 (1991) di Slam Dunk, il fumetto che gli ha dato fama internazionale, la seconda dal Volume 31 (1997). Sei anni di disegno costante fanno tutta la differenza del mondo a livello di tratto, cura dell’anatomia e composizione delle vignette. È ancora più chiaro nell’ultima immagine, presa dalla serie ancora in corso Vagabond: sono passanti più di vent’anni e si vedono tutti. Il tratto è pienamente maturo e personale, il tratteggio strepitoso e l’uso del chiaroscuro è del tutto consapevole.
Questo dimostra che sui disegni sghembi di oggi si costruiscono i capolavori di domani.
Inoue
2 – Copiate, copiate, copiate!
Per quanto vi possa piacere l’arte astratta, s’inizia copiando qualcosa. Non è un elogio del plagio, solo una constatazione: la realtà è complessa da affrontare, lascia a voi tutto il lavoro di traduzione di forme e volumi in linee e chiaroscuri, per non parlare delle tre dimensioni che devono diventare due. Copiando da un disegno invece, siete chiamati a leggere i segni che vedete e a cercare di riproporli il più fedelmente possibile. Così facendo esercitate l’occhio sulle proporzioni e la mano a eseguire gli ordini del cervello, oltre a mettere insieme un bel campionario di linee, sfumature, tracce e stili dai quali distillare il vostro.
Se nel Rinascimento si andava a bottega e da lì in poi tutti gli artisti erano topi da musei, sempre pronti a colonizzare panchine per passare ore e ore a copiare, ci sarà pure un perché.
3 – Divertitevi.
A volte mi chiedo come gli artisti di fama siano arrivati a fare quello che hanno fatto. Me lo vedo Arcimboldo a guardare una zucchina e dire: “D’ora in poi solo dipinti con forme vegetali che delineano altre figure”. Queste scene, però, funzionano bene solo nei film biografici.
La verità è che nessuno nasce pittore di nature morte, ritrattista di corte o fumettista satirico e non basta essere affascinati dall’idea per diventarlo.
Per come la vedo io, dovete solo trovare quello che vi piace disegnare e disegnarlo. Ovunque. Sul quaderno su cui prendete appunti, su un tovagliolo, su un pezzo di carta da stampante o sul retro di una busta. Disseminate il mondo di disegni che siano brutti, belli, capolavori o semplici pasticci. Se avete una giornata nera e non vi viene nulla, piantate lì tutto e uscite. Mangiate un gelato o fate quello che vi pare. Non lasciate che l’ansia di giudicare il vostro lavoro soffochi il piacere di fare tentativi su tentativi. Il divertimento e la passione sono alla base di ogni storia d’amore. E su questo sono d’accordo con qualunque film sdolcinato vi venga in mente.
ISCRIVETEVI qui, e se non potete iscrivervi, passate parola il più possibile! Aiutate il Bruko a imparare a disegnare il DickButt! E’ importante.

Workshop Cagliari

cagliari

Se non sapete cosa fare il weekend del 25 aprile e volete una scusa per sfondarvi di culurgiones (cibo degli dei) già che siete in zona, potete venire al workshop sul ritratto organizzato dallo studio Baldus e Bandel.
Fabio Bandel è stato uno dei partecipanti a uno dei workshop della morte (idranti esplosi, gente in mutande in mezzo ai campi), per cui sapeva a cosa andava incontro proponendomi questa cosa. Con Claudia Baldus mi scuserò preventivamente di persona a Cagliari.

Tutte le informazioni le trovate qui

Disegnatori pigri, unitevi a me!

GSDP

Chi mi vive a meno di 50 km di distanza, sa che sono un paio d’anni che cerco un corso di disegno, e ogni volta che ne trovo uno appena decente finisce sempre che succede qualche contrattempo, per cui il corso salta, viene rimandato o viene trasformato in qualcosa di completamente diverso. Per cui quando ho scoperto quella che secondo me sarebbe stata l’insegnante perfetta per me ho dovuto trovare il modo di superare un piccolissimo problema: le centinaia di chilometri di distanza che ci separano.

Maria ha fatto parte del primo GSFP e, un po’ per scherzo e un po’ no, ho cominciato a indagare se fosse possibile replicare un modello come quello del GSFP anche per l’insegnamento del disegno e alla fine siamo giunte a questa conclusione.
Per cui se avete sempre voluto imparare a disegnare, ma vi pesa il culo, se non avete coraggio di presentarvi a un corso vero e preferite il dolce abbraccio anonimo dell’Internet, se disegnate già e volete la scusa per farlo più regolarmente, unitevi a me e iscrivetevi!

Si comincia il 17 marzo!

(Disclaimer: papermoustache ci mette la struttura e il logo, ma per il resto è un’iniziativa che non gestiamo noi. E’ piu’ o meno come mettere a disposizione la casa per dare una festa organizzata da altri

Pancioni, esperimenti e scoperte

Io in genere non sono il tipo di persona che viene in mente quando si tratta di far foto a donne incinte. Non che non trovi estremamente affascinante il miracolo della vita, ma in genere le donne incinte vogliono le foto con le mani che fanno il cuore sulla pancia e i controluce drappeggiati e tutte quelle cose che se posso evitare di scattare mi rendono la vita piu’ semplice.
Però quando Francesca mi ha contattato sapevo che sarebbe stato diverso: ho avuto modo di farmi un giro o due nella sua testa durante il primo GSFP (il suo progetto personale è una delle cose più belle che siano passate per quelle pagine… è stato interrotto a causa della gravidanza, ma spero davvero che Francesca lo porti a termine) e sapevo che avrei potuto fare qualcosa di diverso. Non ho mai visto una donna con una pancia di 8 mesi correre per la città come ha fatto lei nei giorni in cui siamo stati a Cagliari, o scarpinare su scalinate infinite, o non fare un plissé quando le ho chiesto di stare in bilico su una scaletta in mezzo alle macerie di un ex villaggio di minatori.
L’idea originale era di andare a Gairo Vecchio, ma abbiamo deciso in gruppo che farsi 3 ore di macchina per poi arrampicarsi per stradine sterrate non era una buona idea (io e il marito di Francesca, perché lei non ci vedeva niente di male)

Le foto sono state scattate in modo infinitamente ghetto:
pezzi di stoffa drappeggiati attorno all’abito tradizionale e lei che cerca di non morire su una scaletta di metallo, luce naturale che cambiava velocemente e tempi velocissimi per non stancare Francesca

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Ci hanno accompagnato Fabio e il suo assistente Marco, che ho messo a costruire la coroncina di “fiori” (perché trovo sia buona norma far lavorare tutte le persone presenti)

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nella foto di destra si vede il barbatrucco della scaletta, nella foto di sinistra sembro inginocchiata come i fotografi veri, in realtà sono inciampata in un pezzo di legno camminando all’indietro e ho dato una culata colossale. Oh well.

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Tornata a casa ho cominciato a lavorare ai materiali per i workshop di Dubai (c’ho l’anZia) e facendo prove di vario tipo mi sono dimenticata per sbaglio una stampa fatta con la Canon CP800 in acqua. La mattina dopo l’ho trovata cosi’

Questo significa che è possibile sollevare la pellicola e staccarla (mooolto delicatamente) ottenendo una cosa di questo tipo. Ovviamente quella non è Francesca, è Carlo. Devo decidermi a pubblicare le foto che abbiamo fatto nel bosco perché si prestano a un ghettotutorial sulla luce mista…

volendo è possibile sovrapporre le pellicole tra loro, usando dei pezzi di plexiglass come vassoi.
E’ piu’ o meno il principio del polaroid transfer senza le polaroid. Non ne ho mai visto fare riferimento da nessuna parte, per cui volevo segnalarvelo, casomai vi partisse l’embolo.
Ho provato anche con stampe normali e non funziona, purtroppo. Se vi risulta che il giochino funzioni anche con altre carte specifiche, scrivetelo nei commenti!

Poi sono passata a giocare con cose diverse per modificare ulteriormente la superficie (in questo caso: gel per contorno occhi del Body Shop)


Poi sono passata all’inchiostro e al momento lo studio è ridotto in modo indecente.

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Chiara Caponnetto – Rewind

 

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Chiara è una dei miei bambini del GSFP. È difficile non vederli in questo modo, quei fotografi pigri che a fine 2012 si sono iscritti sulla fiducia a qualcosa che non esisteva, se non nella mia testa.
Quando si è presentata, l’ha fatto come grafico: il suo lavoro era lavorare foto di altri e aveva cominciato a interessarsi alla fotografia, ma a gennaio 2013 era soprattutto la mamma di due bambini e la moglie di suo marito e questo è stato il punto di partenza di un progetto a mio parere magnifico, che per me è stato un privilegio veder nascere una foto alla volta.

Chiara ha scelto di raccontare la famiglia, mettendo in scena alcuni ricordi che riguardano il suo nucleo d’origine, i non detti, i segreti, le maschere. Farlo richiedeva di essere onesti senza essere patetici, di saper dosare delicatezza e crudezza, di raccontare, oltre che dire.
I primi mesi sono stati un parto. Credo di aver preso a bastonate verbali poche persone come ho fatto con lei: all’inizio sembrava avesse un problema per ogni soluzione e non riuscivo a farle capire quanto importante fosse lasciarsi lo spazio di provare senza giudicarsi. A ogni suo “non posso, non sono capace” si alternavano i miei “non mi interessa, fallo lo stesso”. A ogni suo tentativo di parlare male di sè, il suono rassicurante di un calcio nel sedere.

Ha lavorato come una pazza: credo che la prima foto sia stata ri-scattata almeno dieci volte e la seconda forse anche di più. Le fasi iniziali di un progetto sono strane: si passa un sacco di tempo a cercare di far foto che possano essere considerate valide dagli altri e ci si dimentica di fidarsi del proprio istinto, che però diventa più forte per ogni foto successiva, fino a diventare una bussola vera e propria.
Ho imparato moltissimo da lei e dalla sua ostinazione, dalla sua capacità di essere completamente onesta con la propria visione.

Ho chiesto a Chiara il permesso di pubblicare il suo progetto per intero e di rispondere a qualche domanda. E se non vi basta, vi rimando al suo sito neonato. Tenetela d’occhio, ne vale la pena.

Leggi il resto →

Ghettotutorial: le mani nel ritratto

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Non posso credere che sia già fine gennaio! Tra il nuovo GSFP, i preparativi per i workshop di Dubai, i viaggi di lavoro e l’evidente fatto che da qualche parte in studio ho parcheggiata una macchina del tempo invisibile che mi mangia intere giornate, ho il terrore di arrivare agli 80 anni senza aver mai provato il cedimento graduale dei tessuti. Un giorno mi sveglierò e avrò le braccia a pterodattilo e i peli delle gambe improvvisamente bianchi e per il resto non sarà cambiato niente, perché vivo già come se avessi 80 anni.

Visto che è un po’ che non pubblico un ghettotutorial, mi sono messa di buzzo buono e ho messo giù qualche appunto sul fotografare le mani, perché ho scoperto che c’é un botto di gente che va in panico quando deve cercare di farlo in modo coerente e poi si trova con un sacco di foto perfettamente illuminate, con trucco e styling magnifico e l’artiglio del troll a rovinare la foto.

Lo trovate QUI

Buona sopravvivenza

E’ l’antivigilia e noi abbiamo già all’attivo 3 cene di Natale. Il grosso deve ancora arrivare.
Io sono notoriamente il grinch e, vivendo con l’elfo di Babbo Natale, questo per me è sempre un periodo un po’ complicato, però -anche se sarebbe bellissimo- non posso raggomitolarmi in posizione fetale sotto il piumone a guardare film d’azione degli anni ’80 mentre mi riempio la bocca di cioccolato.

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A chi è lontano dalla famiglia e vorrebbe essere più vicino, a chi è incastrato con tutta la famiglia (comprese ramificazioni laterali) e vorrebbe essere altrove.
A chi ha finito di fare i regali il 5 novembre e a chi il 24 alle 11 sarà in autogrill a farsi incartare il maiale che grugnisce.
A chi ha avuto un anno pieno di soddisfazioni e a chi “se il 2013 finisse adesso, sarebbe comunque troppo lento a passare”.
A chi lo festeggia per i bambini e a chi non ha bambini e puo’ dormire fino a tardi.
A chi è sulle piste da sci a fare slalom tra gli snowboarder seduti sulla neve e a chi resta in baita a mangiare polenta concia.
A chi rischia di arrivare alle mani col mercante in fiera e chi si defila prima che qualcuno tiri fuori le carte.
A chi festeggia con la forchetta e chi festeggia col forcone.
Ma anche a chi vorrebbe festeggiare con qualcuno che non c’e’ più, chi crede di non avere niente da festeggiare e chi non avrebbe niente da festeggiare ma -vaffanculo -festeggia lo stesso.

Auguri di cuore.
Resistete, che poi passa.

Comunicazione di servizio: sono rimasti pochi posti liberi per il GSFP. Vi ricordo che avete tempo per iscrivervi fino al 31 dicembre (o al raggiungimento di 70 iscritti)

When in Rome

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Foto di Gioia de Antoniis

Oggi è più lunedì mattina del solito. Un po’ perché mano a mano che si avvicina il Natale il mio corpo si accartoccia su se stesso nel tentativo di ignorare le festività, ma soprattutto perché dopo il weekend passato a Roma con il workshop dei Fotografi Pigri non ho più un grammo di energia in corpo e ho addosso quella malinconia tipica di quando è successo qualcosa di bellissimo e si torna a casa.
E’ stato davvero meraviglioso. Siamo stati ospitati negli spazi di Visiva (se siete di Roma, fateci un salto) e dalle 10 del mattino all’una di notte non ricordo di essere stata zitta per più di 10 secondi di seguito. Eppure ancora ho l’impressione di non essere riuscita a parlare abbastanza con tutti, di non essere riuscita a dire tutto quello che volevo, che il tempo sia passato troppo velocemente.

Sono abituata a fare workshop con 12 persone che non conoscono nessuno e quindi sono super timide, per cui gestire una trentina di scalmanati che si conoscono da un anno avrebbe potuto essere un disastro, e invece -com’è successo spesso nel corso di questo 2013- la mia presenza è stata soltanto la scusa iniziale per cominciare, perché la vera ricchezza di questo weekend è stata l’interazione tra le persone, il modo in cui le conoscenze e le risorse sono state condivise, l’aria di sperimentazione e di gioco che si respirava.

Mi ci vorranno giorni per riprendermi del tutto, ma ne è davvero valsa la pena.

 

Il duro lavoro del fotografo pigro – Parte 2

Sono partita alla volta di Roma per incontrare i fotografi pigri (blocchi e sommosse permettendo).
Evviva wordpress e i post programmati (a meno che questo post non si perda nel cybervuoto, nel qual caso superbuuu.

I progetti che vi mostro questa settimana sono completamente diversi tra loro, ma hanno in comune il fatto che calzano perfettamente a pennello sulle persone che li hanno prodotti.
All’inizio dell’anno, quando si è trattato di parlare dei progetti personali, moltissime persone sono entrate nel panico. C’è spesso l’opinione (secondo me errata) che un buon progetto debba essere per forza serio, importante e con un certo spessore. La cosa più difficile è rendersi conto che quello che bisogna fare davvero è un passo indietro, dimenticare quello che crediamo possa interessare agli altri e rispondere sinceramente alla domanda “di che cosa mi frega?”. Se si riesce a seguire questa cosa come una bussola e ci si lavora, ne ho sempre visto emergere cose interessanti.

Quando Ilaria di Stefano a gennaio ha cominciato a parlare del suo progetto è stato un fiume di parole in ottocento direzioni diverse. Cercare di imbrigliarla all’inizio è stato come fare il pastore di gatti, fino a quando non mi sono resa conto che invece di cercare di controllarla potevo fare qualche domanda mirata e lasciare che litigasse con la sua foto. E Iara è stata inesorabile: ogni mese ha continuato a sbattere la testa fino a quando non ne è uscito quello che voleva.
Il suo progetto, sulla carta, mi sembrava a gennaio a grossissimo rischio stronzata. C’era una cosa di un pesce rosso, la pazzia, un personaggio che non si capiva chi fosse, ottocento sotto-testi diversi che si intrecciavano tutti nella sua testa.
È stato un vero piacere vederla crescere, farle scoprire come deformare la realtà con una macchina fotografica e pochissimi ghetto-mezzi e vedere le sue visioni prendere forma. A dimostrazione del fatto che quello che se si ha qualcosa da dire, il risultato è solo questione di lavoro. Come un piccolo carro armato, Ilaria ha scalato la sua montagna una foto alla volta, aiutando chiunque avesse a tiro ogni volta che poteva. Se nel prossimo GSFP c’è una persona con almeno metà del suo entusiasmo, io sono a cavallo.

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Romano Carrattieri aveva partecipato, come Ilaria, al primo Gruppo di Supporto Fotografi Pigri su flickr.
È uno stranissimo miscuglio di piedi per terra e testa tra le nuvole.  Quando si è presentato a gennaio, senza fronzoli, mi chiedevo che direzione avrebbe preso. “Mi chiamo Romano Carrattieri, ho 54 anni, sono ingegnere meccanico, con mia moglie possiedo e dirigo una nanoazienda che produce mungitrici meccaniche. Mi piace la fotografia da quando ero bimbo. Però sono sempre rimasto un fotoamatore modestissimo.”
La verità è che Romano è una delle persone con i riferimenti più cazzuti che mi sia mai capitato di incontrare, e il suo progetto lo smaschera completamente. Ogni mese ha scelto un “grande film”, ne ha estratto un fotogramma e ha tentato di replicarlo il più fedelmente possibile.

Oltre a tre immagini del suo progetto, vi segnalo la filmografia fino a questo punto, ne viene fuori un cineforum interessante, se volete chiudervi in casa per le vacanze di Natale

“Un Chien Andalou” 1929 Louis Buñuel
“M – Eine Stadt sucht einen Mörder”, in Italia “M – Il mostro di Düsseldorf” 1931 Fritz Lang
“Dumbo” 1941, gruppo di sei registi/animatori, produzione Walt Disney
“Rear window” 1954, Alfred Hitchcock.
“Ivanovo detstvo” in Italiano “L’infanzia di Ivan” 1962, Andrej Tarkovskij.
“Apocalypse Now” 1979, Francis Ford Coppola
“The Shining” 1980, Stanley Kubrick.
“Manhunter” 1986, Michael Mann.
“Crash” 1996, David Cronenberg.
“Pi” 1998, Darren Aronofsky.
“Nightmare Detective” 2006, Shin’ya Tsukamoto.

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Anna Agrusti, ventenne pugliese, ha messo assieme un piccolo progetto adorabile, fotografando se stessa e le persone per lei importanti legandole con un filo rosso. Le immagini sono pensate per essere affiancate in orizzontale, formando un percorso unico.
A gennaio stava per mandare tutto all’aria perchè la logistica di riuscire a fare 12 foto sembrava troppo enorme, soprattutto perchè c’erano un paio di scatti per lei importanti che non sapeva come affrontare. Eppure ha ripreso in mano il filo (eheh) del discorso e non si è lasciata scoraggiare e alla fine ha in tasca anche le foto che la terrorizzavano: alla fine si riduce tutto a una sequenza di problemi pratici che possono essere spezzettati in parti abbastanza piccole da non essere nemmeno piu’ problemi.
Come fa una formica a mangiare un elefante? Un pezzo alla volta.

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L’ultimo progetto che presento oggi è quello di Antonio Nicoletta, il “soldatino” del forum. Quasi tutte le settimane, dopo l’annuncio del brief, il 90% della gente del forum correva in tondo andando a sbattere addosso alle pareti. Antonio è spesso stato il primo a postare un timido tentativo di risolvere la foto, in genere seguito da progressivi miglioramenti, fino a ottenere l’immagine per la consegna. Per darvi un’idea di Antonio, stava lavorando all’esercitazione della settimana con la moglie in sala travaglio (congratulazioni! E approfitto per scusarmi pubblicamente con la Signora Nicoletta per l’anno che le ho fatto passare, indirettamente).
Antonio, per superare la propria timidezza quando si tratta di ritrarre persone, ha deciso di ritrarre amici e conoscenti e le loro passioni, scegliendo un linguaggio semplice e pulito. Invece di cercare di copiare il modo di fare ritratto di qualcun altro, Tonio è riuscito a incanalare questa sua sensazione di disagio nel ritratto in qualcosa che funziona.
A me piace tantissimo il modo in cui i suoi personaggi sembrano congelati in un’azione, cosa che assieme ai colori supersaturi e all’illuminazione artificiale mischiata a quella naturale, rende le sue immagini molto più complesse di quello che possono sembrare a una prima occhiata. Le cose semplici richiedono un sacco di lavoro.

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Per oggi è tutto.
Vi avviso anche che siamo arrivati a -19 posti disponibili per il nuovo Gruppo di Supporto Fotografi Pigri. Se vi piacerebbe portare avanti un progetto fotografico e avete bisogno di qualche calcio nel sedere per farlo, il mio piede è a vostra disposizione…